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Archive for the ‘Piccole donne (e uomini) crescono’ Category

Mia figlia, 18 anni, mi detesta, non le è permesso dire mi odia, altrimenti forse me lo direbbe.
Mi detesta perchè ci combatto continuamente.
Non le permetto di uscire infrasettimana che il giorno dopo c’è scuola, pretendo che stiri e pulisca i bagni almeno una volta a settimana, altrimenti niente paghetta mensile che a me sembra esorbitante a lei una miseria e si lamenta sempre che si sente povera in canna.
Mi detesta perchè ogni tanto le sequestro il computer
-tanto lo usi soltanto come un televisore per guardartene da sola tutte quelle fiction e reality che ti impoveriscono invece di arricchirti!-
Mi detesta perchè guai a portare il cellulare a tavola e ancor più dire parolacce o non aiutare ad apparecchiare e sparecchiare.
Mi detesta perchè la inondo di libri di letterature straniere, di psicologia, di pedagogia -per farti un’idea per l’università- che ha ancora le idee confuse. E si è anche arrabbiata con me perchè le ho prenotato gli open days e l’abbiamo accompagnata, un giorno suo padre gli altri due io a vedere le facoltà.
Mi detesta perchè le dico che non può accontentarsi e che la maturità è una grande sfida, che lei ancora conosce così poco della vita e quindi, anche se- sono maggiorenne!- che io ho il dovere di ricordarle che ha molto ancora da fare e da scoprire, che lei è molto più di quello che si considera ora.
Mi detesta quando le rispondo, ogni volta che vuole fare di testa sua che finchè vive con noi e la manteniamo le regole sono le nostre.
Mi detesta e dice che qui sta male e che non vede l’ora di andarsene.
Mia figlia mi detesta, va tutto bene.

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Ogni tanto sento di pratiche sessuali nei giovanissimi e soprattutto nelle giovanissime che veramente mi sconcertano. Io a mia figlia, soprattutto nei primi anni delle medie, dicevo spesso di ricordare quanto lei fosse preziosa, che era preziosa. Cosa passa nella testa dei ragazzi e delle ragazze oggi? Siamo capaci di proporre loro ancora grandi sfide o gli rendiamo tutto banalizzato e appiattito? Io faccio grandi guerre con i miei due “sannotuttoloro”, non voglio che niente sia per loro scontato, dovuto. Ogni tanto mi danno della suora, che sono all’antica, ma non mi importa, la posta in gioco è troppo alta. Ragazzine che fanno finta di essere già mogli a sedici anni e mogli quarantenni che fanno finta di essere ragazzine, mia figlia non lo fa, non con il mio consenso. Mi è venuta in mente questa immagine, magari gliela faccio leggere o forse ormai è troppo grande, diventa imbarazzante, la farò leggere al mio tredicenne, con lui ancora se ne può parlare..
“Il sesso è come un telescopio, non basta saperlo usare, bisogna avere qualcosa o qualcuno da cercare. Se non sai dove indirizzarlo non troverai che oscurità e solitudine, se invece punti alle stelle, potrai scoprire la grandezza del firmamento, l’infinito di cui sei parte, che è dentro e fuori di te.”
Questo brano invece, che uso a scuola con le adolescenti nel mio progetto sui sentimenti, l’ho fatto leggere anche a lei.
Lettera ad un amico
“Mio caro Friedrich, ho dovuto fare l’esperienza che non c’è davvero nulla di più arduo che amarsi. E’ un lavoro, un lavoro a giornata, Friedrich, a giornata. Com’è vero Dio non c’è altro termine. Come se non bastasse, i giovani non sono assolutamente preparati a questa difficoltà dell’amore; di questa relazione estrema e complessa, le convenzioni hanno tentato di fare un rapporto facile e leggero, le hanno conferito l’apparenza di essere alla portata di tutti. Non è così.
L’amore è una cosa difficile, più difficile di altre: negli altri conflitti, infatti, la natura stessa incita l’essere a raccogliersi, a concentrarsi con tutte le sue forze, mentre l’esaltazione dell’amore incita ad abbandonarsi completamente..
Prendere l’amore sul serio, soffrirlo, impararlo come un lavoro: ecco ciò che è necessario ai giovani. La gente ha frainteso il posto dell’amore nella vita: ne ha fatto un gioco e un divertimento, perché scorgono nel gioco e nel divertimento una felicità maggiore che nel lavoro; ma non esiste felicità più grande del lavoro, e l’amore, per il fatto stesso di essere l’estrema felicità, non può essere altro che lavoro.
Le relazioni umane, elemento essenziale della vita, sono, fra tutte, la realtà più mutevole, la più fluttuante; gli amanti sono proprio quegli esseri le cui relazioni non conoscono istanti identici.
Relazioni simili possono instaurarsi solo tra esseri estremamente ricchi, già ordinati, concentrati: possono unire solo due mondi singolari e nel contempo vasti e profondi.
Persone giovani non possono assicurarsi rapporti di tal genere; ma se comprendono bene la propria vita, possono innalzarsi lentamente verso quella felicità e prepararvisi.
Non devono dimenticare, se amano, che sono degli esordienti, degli apprendisti in amore.
Devono imparare l’amore e come per ogni studio, ci vuole calma, pazienza, concentrazione.
Chi ama deve cercare di comportarsi come se fosse di fronte ad un grande compito: sovente restare solo, rientrare in se stesso, concentrarsi, tenersi in pugno saldamente; deve lavorare, deve diventare qualcosa!”
(R. M. Rilke 29 aprile 1904)

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Ebbene si, mi sono presa proprio tanti giorni di vacanza, tutti quelli che tra la Pasqua e i ponti sono stati possibili. Mi sono goduta soprattutto la mia famiglia, mio marito e stare tutti insieme anche con i ragazzi. Certo mia figlia, sedici anni, ci ha fatto anche tribolare, specialmente i giorni in cui per le vacanze pasquali siamo stati via, “strappata” da tutti, dal suo mondo. E’ stata dura per me, ma anche una buona palestra. Non farmi condizionare e contagiare dal suo malumore e vittimismo e restare nella mia contentezza di essere noi quattro tutti insieme a visitare nuovi posti invece di arrabbiarmi perchè lei non ci trovava niente di esaltante. Pensavo invece quanto possa essere rilassante e anche rassicurante avere dei genitori che non si fanno investire dalle tue emozioni, ma restano saldi nelle loro intenzioni e non si fanno ricattare dalle tue mosse. Certo ho dovuto seguire mio marito, molto più bravo di me in questa cosa, comunque sono rimasta serena e il bello è che dopo il primo giorno di musonite si è lasciata contagiare lei dalla gioia di avere due genitori e un fratello contenti di essere proprio lì dov’erano e ha cominciato a godersi quello che aveva piuttosto che focalizzarsi su quello che le mancava. Io, con fatica e timore, come sempre, mi ero già arresa alla felicità.

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Tensione tra me e mio marito, capita come in tutte le famiglie. Vedo però negli ultimi due tre giorni i miei figli, che sempre si avvicinano quando in casa c’è “maretta” , particolarmentre legati, affiatati e affettuosi. Io, invece di essere comunque contenta del loro bel rapporto, di accettare i miei limiti e quello che comunque di positivo c’è, siccome sono presuntuosa, vorrei essere perfetta e avere tutto sotto controllo, mi sento in colpa, mi dico che le nostre beghe li sottopongono, specie lui, a soli dodoci anni, ad uno stress che non è giusto che debba affrontare, penso che stiamo minando la sua crescita, il suo equilibrio, il suo benessere, la sua serenità e chi più ne ha più ne metta. Poi ieri mattina in macchina tornando da scuola mia figlia finalmente mi racconta dell’ennesima crisi col suo lui, scoppiata guarda caso proprio nei famosi giorni di avvicinamento. Allora un po’ di pezzi mi si ricompongono, soprattutto ripenso a come in realtà io abbia visto lei cercare il fratello, felicissimo come sempre di farle da compagno, puntello, valletto, tutto per lei. E di come quindi fosse stata lei ad aver avuto bisogno del suo conforto, per le sue difficoltà di coppia e non suo fratello, in crisi per le nostre. E allora ho capito che quel ragazzino che io immaginavo si facesse consolare dalla sorella maggiore per la tristezza di vedere i suoi genitori non in armonia, era invece un ragazzetto preadolescente coinvolto e tutto compreso nel suo ruolo di fratello, complice, sostegno e conforto della sorella in pena d’amore. Ed io che critico la mia adolescente di egocentrismo continuo, mi sa tanto che non c’entravo niente e neanche mio marito. Ma anche questo non è proprio vero, da qualche parte questo volersi bene e sostenersi e abbracciarsi e coccolarsi devono pur averlo visto.

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Le figlie lo fanno. Vai a prenderle alla fermata che già sei stremata e c’è da arrivare a casa e pensare al pranzo, marito via, tanto per cambiare, meno male che c’è l’altro figlio che dovrebbe aver già apparecchiato. Ti senti già in punta in punta per sfangarla e lei sale con lo sguardo assente e il naso che gocciola perchè ha appena finito di piangere, ha litigato col suo amore, anche questo tanto per cambiare. E tutto il resto, figuriamoci la tua stanchezza e sforzo di volontà per arrivare in fondo all’ora x del pasto senza cedere e dire -arrangiatevi-, a sedici anni non esiste, vede solo la sua tragedia personale. Così intanto cerchi di rimanere calma, cerchi di incoraggiarla con quel minimo di energia che ti rimane, giusto per dirle -andrà tutto bene-. Poi ovviamente lei non mangia, non viene a tavola e se ne sta attaccata ai suoi congegni elettronici continuando così la discussione senza soluzione di continuità. Dopo qualche ora e relativo panino ti chiede serafica se la puoi accompagnare giù da lui, la bufera è in fase di risoluzione, si capisce. Mentre siamo in macchina con qualche energia recuperata, per un attimo, mi sento come ad un bivio, ho come un flash davanti, la scelta: provo a parlarle, a darle sostegno, a capire o la lascio sola, rimango fuori, ai margini della sua tempesta? E altrettanto fulminea mi arriva un’altra immagine, lei che se la sa sbrigare, che ce la fa, lei che è capace senza il mio aiuto a sistemare le cose, a cavarsela. Rimango in silenzio, quasi commossa, lei tanto non se ne accorge, la vedo protagonista della sua vita, delle sue battaglie, sta crescendo e io, magari anche solo aiutata dalla  stanchezza, la sto lasciando andare. La tristezza della lontananza, l’orgoglio della sua grinta e delle sue capacità, un po’ sarà anche merito mio!, tutto mescolato dall’amore, quello infinito, che si trasforma e cresce con lei, con noi. -Ciao!- E va.

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In queste ultime settimane mi ritrovo a pensare quanto sia necessario, eppure difficile per gli adolescenti di oggi trasgredire. Ovviamente questo mi viene in mente dal rapporto con mia figlia  di sedici anni e anche dai suoi racconti, da quello che vedo delle sue amiche e dei suoi amici, del suo mondo. E penso che non si scappa, in questa sua fase non si cresce se non si riesce ad andare oltre le regole, le scelte, le impostazioni dei propri genitori e del mondo adulto in genere. Non si può seguire la scia, ma faticosamente costruirsi la propria. Mi ritrovo sempre più a mio agio allora nel mio essere una mamma battagliera che dopo aver allentato il rapporto sul piano della confidenze, parliamo molto meno ora, certe conversazioni sono un po’ finite tra di noi, continua invece con le discussioni. Sono sempre pronta a rimarcare e soprattutto a pretendere il rispetto di alcune regole, da alcune spicciole, come non dire le parolacce in mie presenza, ad altre di fondo sul prendersi la responsabilità e la conseguente coerenza su quello che fa, se chiede e ottiene dei permessi, se propone di fare qualcosa per ottenere altro in cambio. E non ho nessun pudore, lo dico anche a voi!, a metterla in punizione o a ricattarla su ciò a cui tenga di più se non rispetta le mie richieste, i patti. Mio marito, il furbo, fa il genitore buono, ma anche quello che proprio per questo, è temuto di più. Perchè le sto così sul collo? Perchè se non tenessi duro non avrebbe muri da scavalcare, regole da trasgredire, impostazioni a cui andare oltre, niente aria nuova da respirare, niente mondo suo migliore e libero da noi da costruirsi, regole da inventarsi giuste per lei. La trasgressione diverrebbe solo distruttiva, negativa, di fuga, qualcosa soltanto e palesemente, senza essere contro di noi, contro di lei. E’ una sensazione che ho a pelle, mi viene d’istinto di comportarmi così, ormai è troppo grande, senza niente su cui lottare per se stessa, il suo essere contro, il suo bisogno di ribellarsi, di autonomia, sacrosanto alla sua età, le si rivolterebbe contro. In una cultura giovanile che propone lo sballo, il divertimento fine a se stesso, dove l’impegno è sinonimo di fatica e quindi senza valore, io e suo padre pretendiamo molto da lei, non in termini di risultati, ma di darsi da fare per la sua vita, per se stessa, per la sua felicità. Perchè per noi il vivere senza pensieri non è la gioia, divertirsi non è emozionarsi e, ho letto questa cosa che ho trovato illuminante, il contrario di noioso non è divertente, ma interessante. Se vuole vivere seduta, senza obiettivi, senza sfide, chiusa e lontana da un mondo deprimente come il nostro dovrà andare a farlo altrove, sarà comunque una sua scelta, non un nostro permesso nè eredità. Ecco perchè ci lotto tutti i giorni, spesso sulle stesse cose, certe volte urlandole contro, altre discutendone con calma, ma senza arrendermi, o almeno dicendoglielo quando sono troppo stanca per farlo. Lei si imbroncia, si indigna, poi torna, mi abbraccia, ci coccoliamo, scherziamo, non siamo nemiche, solo, sempre su due versanti distinti e diversi, lei di fronte alla vita che deve ancora costruirsi, io alle sue spalle, alle sue radici, dove può sempre tornare, ma che è ormai un altrove rispetto al suo mondo. Lei che gira e vaga esplorando, io il suo punto intransigente e brontolone, anche difficile da comprendere, e certo da condividere, ma fermo, fermo per lei.
“la vita non procede a ritroso e non s’attarda sul passato.
Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive, sono scoccate in avanti.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell’Arciere;
poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell’arco.”
(Gibran, Il profeta)

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Settimana in movimento, senza tempo per fermarmi e scrivere. Oggi voglio rubare un minuto, però. In questo giorno della memoria, ricordare perchè le cose non risuccedano sembra un’idea di altri tempi, mi ritrovo a parlarne nel saluto prescuola e mi sento un’aliena. I miei figli, forse perchè sempre più immersi nell’età adolescenziale, sembrano così proiettati sul futuro che parlare di passato suona un’operazione non solo inutile, ma sconosciuta. Soprattutto mi dà ancora più forte il senso di come i giovani oggi si sforzino di essere impermeabili a tutto ciò che esca dal loro mondo privato, per non soccombere al cinismo e alla disillusione, per non dire alla disperazione, la nostra. Non facciamo lo stesso noi adulti rivolgendoci ai dolci, alle ricette di cucina, al gioco d’azzardo, a prospettive particolarissime o casuali a cui affidare la  nostra felicità? Eppure guardando a quello che abbiamo, pensando a dove ci trovavamo settant’anni fa, possiamo sapere che siamo fortunati, nell’abbondanza, e non di torte o pubblicità, ma di libertà. Se sapessimo ancora e di nuovo vedere quanto questa nostra superficiale e ignara vita democratica superi, nonostante la nostra indifferenza e incuria, quelle dittature dense di morte, potremmo provare qualcosa che i nostri figli potrebbero comprendere, con cui illuminarci e illuminare le loro giovani vite, la speranza. E da lì ripartire.

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In questi giorni mi ritrovo distante da mia figlia e lei da me, c’è una rabbia e un’ostilità più o meno latente e anche reciproca su posizioni che non condividiamo rispetto a sue scelte, ma non è questo il punto. Quello di cui mi sto rendendo conto è che da ormai diversi giorni non parliamo, non si confida con me, non condividiamo la sua, ma anche la mia vita come siamo abituate a fare, la qual cosa, essendo due chiacchierone romantiche avviene in modo molto intenso. Non c’entra con l’affetto, ma con il nostro essere espansive, lei ed estroverse, io. L’altro giorno mi ha detto -mamma, ti voglio bene, sei tanto importante nella mia vita-. Io ho sorriso e le ho risposto -anche io ti voglio bene e sei tanto importante nella mia vita-.
-Per forza sono tua figlia!-
-Certo e io sono tua mamma!- le ho detto. Perchè pur facendomi piacere mi sembrava anche comico, un po’ paradossale.
Perchè confidarsi e confrontarsi con la mamma è difficile, ma è anche facile, sai cosa aspettarti e i sentimenti in gioco in fondo un po’ falsano, è inevitabile, i giudizi.
Ecco perchè la distanza di questi giorni, anche se lei mi manca e mi rattrista, mi sembra salutare.
Come si può immaginare io sono una mamma ingombrante, anche se cerco di non essere invadente, ma le mie opinioni certo non sono poca cosa da ignorare, da controbattere e contrastare.
Eppure, per quanto io possa dirle cose giuste e assennate, lei deve imparare a farne a meno, a saper decidere anche contro il mio parere o senza, senza sapere effettivamente cosa ne penso, senza il mio sostegno, senza di me.
Deve rafforzarsi le sue gambe, provarci, sbucciarsi e medicarsi anche facendo a meno del mio conforto e del mio consiglio, traballare, ma provare a stare in piedi da sola. Ed essendo così “amiche” diventa quasi impossibile. Ma io sento che dobbiamo un po’, almeno ogni tanto, allontanarci, permetterle di allontanarsi e mi fa male mentre lo scrivo, ed è proprio vero, l’unico amore più grande, che può superare quello per una figlia, è l’amore per la libertà, anche e soprattutto la sua.
“Potete tentare di essere simili a loro,
ma non cercate di renderli simili a voi:
perché la vita non procede a ritroso e non s’attarda sul passato.
Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive, sono scoccate in avanti.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell’Arciere;
poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell’arco.(Gibran)”

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Mia figlia ieri è dovuta andare al funerale di un ragazzo di vent’anni, morto di leucemia, fratello maggiore di una sua nuova compagna di scuola che in realtà conosce ben poco.  Un avvenimento che le ha fatto vedere, come spesso succede davanti a tanto dolore, le cose da un altro punto di vista. Rientrando a casa non mi ha degnato di uno sguardo e solo ha chiesto dove fosse suo fratello, è andata da lui, lo ha staccato dai compiti per abbracciarlo. Lui le ha detto -sono vivo, stai tranquilla, sono vivo- dando voce alla sua paura, al suo affetto spaventato. Poi hanno scherzato un po’, in questa loro nuova complicità e competizione che è nata da quando lui va alle medie, un passaggio anche nel loro rapporto. Più tardi lei è andata in palestra e io ho accompagnato lui a ritirare gli occhiali, è diventato anche lui miope, come me e come da molti anni sua sorella. Ha scelto una montatura molto simile alla sua e quando lei è rientrata lo ha chiamato subito per vedere come gli stava. Lui ha fatto la grande entrata, lei gli ha detto che era brutto, proprio come lei che non si piace con gli occhiali e vuole sempre portare le lenti a contatto. Io invece gli ho detto che più che brutto ora sembrava ancor più uguale a lei, già si assomigliano e adesso con gli occhiali sono proprio simili, e lui si è gonfiato tutto. Suo padre voleva vederlo, ma ha dovuto aspettare un bel po’, dovevano farsi lel foto col computer e col telefono, insomma uguali dentro e fuori, un legame nel dolore e per fortuna nella gioia.

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Mia figlia, che in sedici anni ha resistito a tutti i reality, da Amici al Grande fratello e tutti i suoi consimili, ha ceduto alla fine a X Factor, pur se con moderazione. Mi trovavo a pensare di come in questi ultimi anni si siano moltiplicati per gli adolescenti i programmi, reality, ma anche registrati, come quelli sulle ginnnaste o sui calciatori, dove il succo del tutto è la sfida a cui sottoporsi, il rischio dell’eliminazione e la gestione della delusione o della vittoria. Si creano dei personaggi, degli eroi, perdenti o vincenti, in una moderna mitologia dove le qualità da mettere in gioco sono certo il canto, il ballo, l’esibirsi, il gareggiare, ma soprattutto il credere in se stessi, il non abbattersi, il riuscire ad esprimersi con autenticità, dare il meglio, una sfida in fondo intimistica, di realizzazione personale. Le sfide, che i giovani trovano sempre meno da affrontare nelle loro vite, perchè sempre più lontane e difficili da concretizzare in un mondo consumistico, le rivivono per interposta persona, attraverso queste emozioni e queste esperienze, reali o costruite che siano. Ma non avevo mai pensato ai videogiochi, l’altra faccia, più semplice e meno faticosa della sfida per eccellenza che è lo sport, la guerra e i combattimenti potrei dire in versione civilizzata, dalle olimpiadi in poi. Ieri un bimbo del catechismo, uno di quelli speciali, sapete ce ne sono, dice di voler fare un annuncio al gruppo: IV elementare, preparazione alla Prima Comunione. Afferma di aver scoperto che il Sacro Graal, che cercano i cavalieri della Tavola Rotonda, è in realtà il calice, la coppa dell’Ultima Cena di Gesù, di cui ovviamente si è parlato spesso. Allora io, da brava catechista, cerco di spiegare che il Graal rappresenta il Bene, che i cavalieri usavano la forza per il Bene e non per il male, per difendere i deboli e la giustizia, e subito chiedo, avevo un gruppo di tutti maschi, se vogliono anche loro servire il Bene come moderni cavalieri. Allora un altro bambino mi  chiede, un po’ confuso -E Assassin Creed allora?-  Io conosco il gioco perchè mio figlio ce l’ha, ma certo non mi piace, si combatte senza un contesto di scelta, bisogna soltanto scontrarsi e annientare il nemico, almeno agli occhi di un bambino, forse i ragazzi e gli adulti lo vivono diversamente. Ma di videogiochi di combattimento, sempre mio figlio, ce ne sono  per tutti i gusti, molti senza tante preoccupazioni del Bene, altri per fortuna più costruttivi. Perchè il punto non è solo combattere, non è impegnarsi, non è la  sfida, ma per cosa farlo. Senza mettersi alla prova, non si acquista sicurezza e fiducia in se stessi, non si cresce, ma anche senza un obiettivo non ci si evolve, non si cresce. La sfida a diventare migliore e non il migliore, questa mi sembra una buona sintesi.
Poichè hanno risposto di sì, ho chiesto ai miei bambini di trovare per la prossima settimana in che modo loro vogliono e possono essere cavalieri, oggi e alla loro età, per cercare e servire il Bene. Se ci penseranno almeno un pochino, sarà una sfida, una buona sfida.

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