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Posts Tagged ‘babbo’

Ninna nanna, ninna nanna
questo bimbo è di mamma
Ninna nanna, ninna oh,
questo bimbo a chi lo do?
Se lo do alla Befana
me lo tiene una settimana
Se lo do all’uomo nero
me lo tiene un anno intero
Se lo do all’uomo bianco
me lo tiene tanto tanto
Se lo do all’uomo giallo
me lo porta a fare un ballo
Se lo do all’uomo rosso
me lo butta dentro a un fosso
Se lo do all’uomo blu
non me lo riporta più
Se lo do all’uomo verde
di sicuro me lo perde
Ninna nanna, ninna oh,
questo nonno a chi lo do?
Lo darò a Gesù Bambino
che lo tenga un momentino
Lo darò alla sua mamma
che gli faccia far la nanna.

Insieme alle sue canzoni, quelle che più amava, tra il via vai degli infermieri e con i suoi compagni di stanza che mi accompagnavano formando un insolito coro, a lungo ho cantato anche questa ninna nanna a lui che me la intonava da bambina, fino a quando si è addormentato, sapendo che davvero Gesù Bambino e la sua mamma, la mia nonna Aladina, erano lì, pronti ad accoglierlo in cielo .
Babbo mio.

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Mi rendo conto che siamo una famiglia normale, con i nostri limiti e risorse e le nostre strade che ognuno e insieme percorriamo con fatica e dedizione.
Dopo l’anno delle prime, elementare e media, mio marito i suoi primi impianti approvati nel suo lavoro, io il mio primo libro, adesso con le seconde siamo nell’anno degli assestamenti e degli sviluppi.
Mio marito superassorbito dal suo lavoro che procede a gonfie vele, ma è lui che deve soffiarle, io ho scoperto “che cosa voglio fare da grande”, mia figlia si è più definita nella sua nuova identità di ragazzina e dopo la paura di essere secchiona sta riscoprendo ora la sua passione per lo studio, i libri e i buoni risultati.
Quello più impegnato in questo periodo è il mio piccolino di otto anni che sta faticosamente traghettando se stesso dalle sottane della mamma ai pantaloni del suo babbo, innamorato di lui, ma pur sempre suo rivale, come ben espresse una volta in cui mi disse che io ero -la sua moglie- mentre sua sorella e suo padre erano i nostri figli.
Mi accorgo che per lui è molto difficile, non so se è carattere, visto che le sue principali armi emotive sono tenere il muso o fare finta di niente -Non ne voglio parlare-, non so se è perchè lo paragono a sua sorella alla sua età, per lei in fondo scoprire il padre fu semplicemente un arricchimento delle persone che la circondavano. Ricordo ancora quando tornò incantata con lui dall’acquisto del vestito da Barbie Lago dei Cigni per il carnevale dicendo, aveva scoperto da poco questa espressione, che era stato il più bel giorno della sua vita.
O forse sono io che faccio più fatica a lasciarlo andare perchè è l’ultimo, mentre con mia figlia avevo fretta che crescesse per alleggerire il carico, devo dire che anche per me è dura quando vedo che mi cerca come se avesse sete di me, sentire che ormai è fuori luogo, che deve andare oltre.
Certo lui ce la sta mettendo tutta  e con un padre che c’è poco rispetto ad una madre onnipresente, onnifacente onnisapiente, onnicontrollante! non deve essere uno scherzo.
Ma insieme ci provano. Ieri, dopo la visita con la scuola ad un panificio ha riportato a casa un sacchetto di di pasta fresca e ha passato il pomeriggio con l’amichetta a spianare e modellare e io ad infornare, ma poi ha voluto lasciarne una parte per fare la pizza con il babbo la sera al suo ritorno.
E il suo innamorato, uscito dal lavoro alle otto e un quarto di sera, se ne è andato al supermercato a comprare la mozzarella e senza neanche cambiarsi si è messo a lavorare con lui con farina e mattarello .
Io ho raggiunto mio figlia che guardava Sex and the city, che tanto lo faceva di nascosto allora meglio farlo insieme.
Lei, così fashion, è Charlotte, mentre io, che scrivo, sono Carrie.
Ad ognuno i suoi modelli da impastare.

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Ebbene sì, mi è capitato, qualche settimana fa, all’ennesima bizza esasperante di mio figlio che a otto anni pretende di prendere da solo decisioni  che ovviamente non spettano a lui, l’ho mandato a letto senza cena. Mio marito non ha potuto che accettare la mia decisione per coerenza educativa e mia figlia ha cercato inutilmente di ricucire lo strappo, ma io sono stata irremovibile.
Si è messo il pigiama e se n’è andato a letto spaventato nei miei confronti, con il conforto del resto della famiglia.
Io poi sono andata a salutarlo, calma, spiegandogli che qualche volta bisogna, per imparare, rendersi conto che si è passato il limite e saper accettare le conseguenze.
Mi sono tolta dalla sfida, io ero la garante della regola, non si era ribellato contro di me, ma contro le cose che sapeva di dover rispettare, quindi, essendo grande e capace, contro  se stesso.
Sentivo che questo ragazzino, energico e determinato, competitivo e con una sorella più grande, estroversa ed esuberante, doveva, ogni tanto bisogna farglielo fare, perdere, non spuntarla.
E’ la solita ringhiera che se non è solida può solo disorientare.
Questa cosa di togliersi dalla sfida l’ho imparata sin dal tempo degli studi di psicologia dell’educazione. Ma non sapevo allora com’è viverlo sulla propria pelle di mamma.
Abbiamo sparecchiato e io e mio marito ce ne siamo andati subito a letto anche noi.
Non vi dico in che stato ero. Decisioni così grandi le prende quasi sempre il padre, io sono per le cose spicciole, quotidiane, ma questa volta no.
Sconsolata e tristissima mi sono resa conto che in genere le punizioni, quelle date in modo giusto, non per rabbia o esasperazione, mi danno sollievo e sono liberatorie, un’ancora di salvezza, perchè bloccano un comportamento, le bizze, per me  faticoso.
Ma quella sera ho scoperto che punire può significare anche soffrire, rinunciare magari a qualcosa di bello da fare insieme, vedere tuo figlio in difficoltà e non poter indulgere, stare dall’altra parte della barricata anche se vorresti andare ad abbracciarlo. L’amore non scappa dalla responsabilità.
La mattina, dopo, giorno di festa, mio marito già pensava che dovevamo fargli un regalo, coccolarlo in qualche modo. Mio figlio invece si è alzato e senza dire niente a nessuno ha apparecchiato sereno per la colazione.
Che sollievo! La ringhiera aveva funzionato.

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“Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: -Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo-. Ed egli rispose: -Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero le sue parole.” (Luca, cap.2, 46-49)
Giuseppe sfidò la Legge, e la sua vita di conseguenza, per accogliere  quel Figlio, che a dodici anni già si ribellò alla sua autorità. Quanto coraggio e quanto amore e che pazienza!
E i babbi, i papà che oggi festeggiano? Lo sanno quanto sono importanti?
“Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive, sono scoccate in avanti.”
Ma cosa succede lì nel mezzo, tra l’arco e la freccia?
Una piccola storia, perchè di piccole cose è fatta la vita, per gli archi babbi  e per tutti noi frecce vive che ci siamo passati.

Il biglietto

Emilia sentiva che era arrivata l’ora di spiegarsi e di tentare di riannodare quel filo che da sempre l’aveva legata al padre e che da troppo tempo si era spezzato.
Desiderava che lui fosse felice e fiera di lei, era la cosa che più voleva nella sua vita. O lo era stata fino a poco tempo fa.
Non che non ci fossero state altre cose per cui impegnarsi e dedicare tutte le sue forze. Ma per quella ragazza il saperlo fiero, orgoglioso e felice di lei e per lei donava un sapore a tutte le cose da affrontare nella giornata che altrimenti sapevano di grigio e lasciavano la bocca impastata
Per Emilia le cose che interessavano a suo padre avevano un valore prezioso: erano il canale per arrivare alla sorgente di acqua fresca e cristallina di quella approvazione che la dissetava come nient’altro nella vita.
Aveva cercato di assomigliargli e di riuscire in quello che lui amava: il suo adorato sport, il nuoto, lo sci, la corsa. Si era dedicata con tutta se stessa ad allenarsi, a migliorarsi e aveva delle possibilità, e comunque era già la sua campionessa, questo le era bastato.
Poi, quel giorno però, aveva sentito quella musica dolcissima e sconosciuta per lei fino ad allora.
Non voleva allontanarsi, tanto meno deluderlo.
Era solo successo che l’incanto di quelle melodie avevano fatto sgorgare un’altra sorgente, una nuova acqua che non sapeva potesse esistere dentro di lei. A quei suoni si era ritrovata a vibrare di una nuova essenza, a vivere in un altro modo. Come avrebbe potuto chiudere le orecchie e il cuore?
Ma suo padre amava il silenzio, quello che accompagnava negli spazi aperti i suoi sport, per ascoltare i suoni della natura e quelli cadenzati e regolari dei movimenti che i muscoli stessi producevano. Avrebbe compreso?
Eppure quel suo cuore di ragazza si era svegliato e da allora non aveva voluto chetarsi più: voleva danzare con quella musica, conoscerla e tenerla nel suo profondo.
E se anche questo aveva significato entrare in un linguaggio, quello delle note, finora a lei sconosciuto, e durare fatica e sentirsi goffa e disorientata, magari per diventare una mediocre o forse pessima cantante, e se anche aveva dovuto abbandonare lo sport, gli allenamenti, le corse e le sfide, e sopportare il sapore del grigio e della bocca impastata, non era potuta tornare indietro.
Non aveva voluto, nè saputo fingere di non aver ascoltato, di non aver vissuto i cambiamenti avvenuti in lei.
Suo padre ne aveva sofferto, lo sentiva, era rimasto deluso per se stesso, e soprattutto per lei.
Ma la strada di Emilia era stata segnata e le sue energie e gli sforzi indirizzati al mondo dei suoni, alla melodia e all’armonia: con la voce esprimere i colori della vita.
Uno studio difficile e impegnativo, che non le aveva risparmiato delusioni e sconforto, sentirsi scoraggiata e triste quando otteneva scarsi risultati anche con un grande impegno, per poi trovarsi all’improvviso sollevata dai suoni sopra l’arcobaleno nel più azzurro del cielo.
Un minuto di volo allora poteva valere mille ore di sforzi e sacrifici, il costruire, la pazienza e la fatica perché sapeva che poi era là che sarebbe arrivata.
Per seguire la sua strada si era allontanata da lui, non per abbandonarlo, o per deluderlo, neanche per ribellarsi.
Aveva creduto di potergli stare sempre accanto, di diventare come lui, invece aveva scoperto che amare non vuol dire essere uguali, desiderare le stesse cose, neppure volendolo.
In quel fatidico giorno Emilia non sapeva se suo padre avrebbe compreso e apprezzato, magari si sarebbe invece irritato: lui certo non aveva desiderato e di sicuro mai immaginato di vederla così.
Eppure lei voleva tanto averlo accanto col suo sostegno, o anche solo con la sua presenza, anche piena di silenzio e di imbarazzo.
Perché, lo sapeva bene -sia che tu illumini col calore che il tuo cuore irradia nel mio lo spazio davanti a me, sia che siano altri gli occhi che mi seguiranno in questa giornata, la musica ci avvolgerà tutti e ci porterà dove vuole lei, nel luogo che ci ha riservato.-
Per questo sperava, desiderava e sognava davvero che lui venisse.
Tutte questi insoliti e laboriosi pensieri le vennero alla mente mentre scriveva quelle semplici parole:
“Caro papà mio,
ti mando il biglietto di invito per averti oggi con me al mio primo concerto.
Ti aspetto. Ti voglio bene.
Emilia”

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Giorni fa ho sentito alla radio questa definizione -San Valentino è la festa dei fiorai- E’ vero, le ricorrenze sono ormai un’occasione consumistica e commerciale. Però…
Però possiamo sempre scegliere e trasformarle in un’occasione di riflessione e per esprimere quei sentimenti che così spesso invece nascondiamo sotto la routine del quotidiano. E’ meglio allora che mi preparo per tempo per la festa del papà, che all’ultimo momento poi è più difficile trovare spunti.
Io non ho grandi idee in più rispetto all’anno scorso, il  libro che ogni padre dovrebbe leggere insieme ai suoi figli La bestia e la bella di Silvana de Mari mio marito lo ha già letto a voce alta al nostro bambino.  Non ricordo se conosce la mia piccola storia scritta per un altro papà, ma quella è roba mia, non è adatta, gli ho fatto leggere invece  infinite volte un articolo di giornale che mi è così piaciuto tanto che l’ho messo anche qui nel blog.
Mi piacerebbe invece guardare tutti insieme il film Family man, con Nicholas Cage, adatto secondo me a chi ogni tanto si dimentica, preso dalla propria passione per il lavoro, che la famiglia e soprattutto i figli non rappresentano soltanto un porto sicuro, ma richiedono impegno e dedizione. Nel film, una bella fiaba, il protagonista vede le cose sotto un’altra prospettiva e noi scopriamo che ogni scelta ha un suo prezzo, bisogna capire qual è nella propria vita quello che vale la pena di pagare, una carriera luminosa, in solitudine o costruire legami solidi e profondi sottraendo tempo ed energia alla vita lavorativa? Capirà l’antifona?

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Oggi mio marito parte e se ne va a sciare con gli amici fino a domenica.  E’ la prima volta che si allontana così tanti giorni e non per lavoro, praticamente da quando siamo sposati.
Non è che la cosa mi renda felice, ma va bene.
Il problema, la sua paura immediata, quando ha accettato la proposta, è stato il pensiero della reazione di nostro figlio.
Da un po’ di tempo infatti ogni volta che torna a casa dal lavoro, sempre tardi, mio figlio lo ignora, non lo saluta, anzi, lo evita. Mio marito allora lo cerca come un innamorato rifiutato e non si arrende finchè non lo ha afferrato e se lo coccola sul divano. Ma poi lui scappa di nuovo e ricominciano fino all’ora di andare a dormire.
Il fine settimana stanno continuamente insieme, cucinano, guardano i cartoni, giocano e gli occhi del mio bambino si illuminano.
Fino a incupirsi di nuovo il lunedì sera al rientro del padre, e le manovre ricominciano.
Io da brava mamma psicologa ho cercato di farlo parlare, di esplorare, di chiedere perchè si arrabbia quando ritorna il padre. Mio figlio, a differenza di sua madre e sua sorella, non va a nozze con un invito a parlare delle sue emozioni e mi ha liquidato con -sono affari miei e di babbo.- Come dargli torto?
Così davanti alla preoccupazione di questo babbo innamorato l’unico consiglio è stato di ricordarsi di spiegare bene a nostro figlio che andava via, al momento dei saluti.
Gli uomini, anche quelli piccini, si sa a volte preferiscono far finta di niente, ma con i figli non è mai una strada vincente, lo abbiamo già sperimentato quando mia figlia è andata al mare.
Così ieri sera, quando me ne sono andata a dormire, li ho lasciati a consolare i loro cuori straziati al pensiero di stare cinque giorni separati.
Chissà cosa hanno fatto e cosa si son detti, d’altronde non sono affari miei..

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