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Posts Tagged ‘Bizze’

Quando mi trovo a parlare del dire no ai propri figli uso sempre la stessa immagine: un bambino di tre quattro anni con una bicicletta o un triciclo che girella tranquillo su una terrazza. Immaginatevi ora la stessa cosa, ma togliete alla terrazza la balaustra, ringhiera, parapetto, chiamatelo come volete.
La reazione immediata è un senso di tensione e pericolo, almeno a me fa sempre questo effetto.
Ecco, pensando al nostro compito di genitori, una delle cose che noi dobbiamo imparare a fare è essere la ringhiera. In termini tecnici si può definire funzione di contenimento, ma la ringhiera rende meglio l’idea.
I  nostri bambini non hanno mica  bisogno che decidiamo noi per loro, sanno ben scegliere, come il bambino con la bicicletta, verso dove muoversi, a quale velocità e con quali soste.
Ma noi dobbiamo limitare il loro territorio in spazi sicuri, in ambiti che loro possano gestire.
E’ il classico: un bambino può decidere il gusto del gelato che vuole, ma non se stare con mamma o con papà, neanche dove andare in vacanza.
Da questo si deduce quando è il caso di dire no e quando cedere. La nostra ringhiera ha un obiettivo doppio: proteggerli, ma lasciare loro abbastanza margine di movimento per imparare a muoversi e gestire la loro autonomia.
La balaustra si allarga a mano a mano che loro crescono. Ma siamo noi ad allargarla, magari su loro richiesta, ma la decisione spetta a noi, allora loro possono sentirsi al sicuro, perchè la balaustra non scompare, solo cambia.
Avete mai notato che se cedete e loro vincono dopo poco la bizza si ripropone con altri argomenti? Loro non vogliono vincere, vogliono essere “contenuti”, vogliono sapere che in fondo, alla fine dello spazio di cui hanno bisogno, il muro regge.
Un esempio che mi colpì fu una babbo al supermercato che faceva la spesa con un figlio molto piccolo. Il bambino piagnucolava che voleva le patatine. Io pensai che sicuramente il babbo avrebbe ceduto.
E invece lo ritrovai alla cassa con questo bambino che tutto preso teneva in mano un sacchetto di patatine mentre il padre gli ripeteva:-Lo sai cosa ti ho detto, le potrai aprire soltanto a casa.-
Ecco, questo mi sembrò un ottimo esempio di come la balaustra non debba essere rigida, si può anche cedere, ma come e quanto rimane una nostra decisione.
Quel bambino poi era così concentrato, si vedeva che si sentiva importante: il padre l’aveva preso sul serio e gli aveva dato fiducia, ora lui doveva dimostrargli che era stata ben riposta. Fiducia e responsabilità, cose appunto che non hanno prezzo, ma un infinito valore.

P.S. Io mi guardo sempre intorno a vedere cosa fanno gli altri genitori, e le persone in generale, talvolta si trovano davvero degli spunti molto belli.. e utili! In fondo nella scuola della vita copiare è concesso!

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Ecco una riflessione nata da Silvia, une delle “rondini” di cui parlavo Venerdì. E ha tirato fuori un punto dolente credo per molti di noi..
“Ho letto “ il valore delle cose” ed effettivamente hai proprio ragione, solo che è difficile fare i genitori, i bravi genitori, quelli che come te sanno attendere il momento giusto. Per me, a volte, è molto più semplice dire : ok va bene. Mi godo quel meraviglioso e godurioso momento di euforia del mio Ale, e attendo il prossimo desiderio da esaudire, tremando al pensiero che anche per me “ arrivi un Venerdì e lui non scarti nemmeno il pacchetto”
Saranno i perenni sensi di colpa che mi affliggono dalla sua nascita, sarà colpa del mio carattere, che sembro forte,ma in realtà mi faccio corrompere da una lacrimuccia, il fatto è che per me è difficile dire : NO
C’è da dire che Alessandro non chiede moltissimo, ma quando chiede…”
Voglio fare una piccola precisazione, solo questa volta. Come ho già scritto a Silvia, saper scrivere e descrivere, e anche riflettere su quello che si vive non è uguale a saper fare, chiedete ai miei figli e a mio marito…
A me fa bene esprimere tutti i personaggi e i pensieri che mi sfrecciano dentro, se a qualcuno fa bene conoscerli è un dono reciproco che ci facciamo.
In quanto all’essere bravi genitori… perdonarsi e imparare ad essere felici con noi stessi, queste sono le mie linee guida.
Tornando al dire no, ne riparliamo, ma intanto vi consiglio un libro, un po’ fortino, perchè è un’esperienza di una psicoterapeuta, ma apre molti orizzonti: Se mi vuoi bene dimmi di no E con il titolo si è già detto tutto!

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Vorremmo sempre essere genitori perfetti, si sa, non solo per noi, ma anche per l’amore sterminato che proviamo per i nostri figli e che non si può comprendere finchè non si prova. Ma ahi! ahi! perfetti non lo siamo, non ci è toccato, non è nella nostra natura, possiamo soltanto fare del nostro meglio, e già questo è difficilissimo e non sempre ci si riesce.
Tempo fa, all’ennesima bizza della mattina, ero riuscita a sfangarla col serpentello nella zuccheriera e le cose si erano risolte bene.
L’altra mattina però ero poco disponibile ad un’altra delle sue sfide mattutine e quando anche lui ha visto che non ne potevo più, che non ce n’era più per nessuno e stavo per esplodere,  avete presente urlacci e modi bruschi?, ha tentato lui la carta delle storie e indicando la zuccheriera mi ha chiesto esitante -Il serpentello?-
Ma io, ormai oltre la soglia della pazienza e della comprensione, figuriamoci della fantasia -Il serpentello è  morto!- ho tagliato corto esasperata.
Ce ne siamo andati tutti e due arrabbiati e sconsolati a prendere, in ritardo, il pulmino. Non sempre si vince e così si perde tutti e due.
Il serpentello è tornato a farsi vivo solo giorni dopo, in climi più miti e più distesi.

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Mio figlio, 7 anni, tipino di quelli “mi spezzo , ma non mi piego” è un grande ispiratore di storie in quanto grande costruttore di quelle belle bizze in cui non si smuove con niente, appunto piuttosto si spezza..
Una mattina se ne stava seduto a colazione, non ricordo per cosa era arrabbiato, non voleva mangiare. Magari aveva fame, magari voleva andare a prendere il suo adorato pulmino, ma aveva deciso per una di quelle sfide in cui non cede per non darla vinta e per non perdere la faccia.
Avevo messa una nuova piccola zuccheriera sul tavolo e la curiosità lo fece distrarre un attimo.
-Cosa c’è qui dentro?- chiede con aria indifferente.
E io d’istinto -Un serpentello-
-Non ci credo- risponde lui, ma intanto la bizza è andata, chi ci pensa più!
-E’ un piccolo serpentello, ti dico- lo incalzo io.
-Allora ora ci guardo- e fa per sollevare il piccolo coperchio.
-Attento che con la sua piccola bocca ti può mordere un dito- rincaro io.
Apre e -ma non c’è!- deluso.
-Ma certo, se ne sta sotto mica vuole farsi vedere da te, magari gli fai paura…-
Lui prende in mano la zuccheriera e la scuote, poi comincia a mangiare.
-Mi avrà sentito?-

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È ora di uscire  e il mio amatissimo figlioletto deve lavarsi i denti, e siccome anche se lo adoro lui sente che io ho fretta, ecco che lui rallenta e perde tempo, tanto per ricordarmi, senza rendersene conto, “ehi, mamma, lo sai che io sono importante, più importante di tutto quello che fai?” E siccome io non ho in quel momento la disposizione d’animo, cerco di fingere calma, mentre in realtà friggo, e lui rincara la richiesta e rincara la bizza, non trova lo spazzolino, non trova il dentifricio, non trova la bocca…  Mollare non è educativo, ma perdere  il pulmino e fare tardi non è fattibile, come ne esco?
Con una storia, la storia per lavarsi i denti!!!
Io me le invento, lì per lì, ma ormai alcune sono diventate un classico, e le ascolta sempre di nuovo anche la grande, quando le racconto per l’ennesima volta.

Ehi, ma te la ricordi la storia di Dotto? Una mattina Dotto, (proprio lui, quello dei sette nani), arriva al bagno per lavarsi i denti e non trova lo spazzolino. “Dove sarà finito?” (E intanto lui prende in mano lo spazzolino), “Forse l’avrò scambiato”, dice e cerca. “Cucciolo, no, Mammolo, no, (qui bisogna ricordarsi tutti i nomi, lui mi corregge e mi aiuta, e intanto ha messo il dentifricio), Brontolo, Eolo, Pisolo, Gongolo, macchè non c’è”.
A un certo punto, Dotto sente il rumore di uno spazzolino che… spazzola! “Fai sentire come fa?” (E lui spazzola, tutto contento), “Segue il rumore e vede un buchino su uno scalino, guarda dentro e sai cosa c’è?” (intanto lui si sciacqua la bocca) “Un topino che si lava i denti!”
Allora Dotto gli dice: “Ehi, ma quello non sarà mica il mio spazzolino?” (Intanto si asciuga la bocca e inizia a infilarsi il giacchetto)
Allora il topino risponde: “Sì, Dotto scusa, è proprio il tuo, ma ieri sera sono stato dal topo dentista e mi ha detto che se non iniziavo subito a lavarmi i denti, li avrei persi tutti e capisci, poi come faccio a mangiare il formaggio?” (Si apre finalmente la porta e si comincia a scendere), “Così stamattina ho preso il tuo spazzolino, perché non potevo aspettare, scusami”.
Dotto allora gli risponde. “E va bene, topino, capisco, però se me lo dicevi te ne costruivo uno nuovo tutto per te. Vuol dire che me ne farò io uno nuovo e se lo vuoi, uno anche per te, per la tua piccola bocca”.
La tensione è calata, il mio bambino si sente importante perché è come il topino e perché mamma, in qualche modo, lo ha accontentato e lui ha potuto mollare senza perdere la faccia, arriva il pulmino, baci e, che bellezza, ci si vede nel pomeriggio.
La storia poi, quando diventa familiare, può cambiare, ma anche diventare una fonte di scambio, un patto implicito: ok, io ti racconto la storia e intanto tu fai la cosa. E si sopravvive!

La vita prosegue e anche le cose da scrivere dopo il libro!

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