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Posts Tagged ‘Buon Natale’

La sera della vigilia non mi trovò impreparata. Gesù Bambino fu posto nella sua mangiatoia quando le campane risuonarono, poi uscii nell’aria limpida e pungente illuminata di stelle avviandomi coi miei alla Messa di mezzanotte. Cantammo Astro del ciel e Adeste fideles, intonai In notte placida e all’immancabile Tu scendi dalle stelle finale mi avvicinai in coda all’altare per baciare i piedini del Bambinello, grata che fosse ancora per un altro anno lì ad aspettarmi come io avevo atteso Lui.
(dalla mia storia per mia figlia)
E’ lì che sono, a risistemare, a riscrivere frasi e capitoli, a dare spazio alla scrittrice, alla mia anima, che anche quest’anno viene salvata, illuminata dal Bambino Santo. Per me che amo e sento attraverso le parole una frase resta la più cara di tutte “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo noi.” (Prologo al Vangelo di Giovanni)
Auguri.

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Sto vivendo, e le energie sono sparpagliate su molti fronti: il blog ancora è qui e allo stesso tempo attende, è diventato una fonte da citare, un materiale a cui sto pensando di dare nuove forme. Ma Natale è Natale, anche se sono un po’ malata e le energie scarseggiano, posso almeno, per farvi i miei auguri, citare un pensiero che mi è caro, e che in questo mio malessere ancor più mi si addice. Che tutte le vostre tenebre siano profondamente e veramente illuminate.

“Gesù nacque in una stalla, <<perchè non c’era posto per loro nell’albergo>> (Lc 2,7). Dal Medioevo in poi gli artisti hanno rappresentato volentieri la stalla in cui Gesù nacque. Evidentemente furono molto colpiti da questa immagine. Pure lo psicologo C.G. Jung vide nella stalla un simbolo importante. Secondo lui l’uomo dovrebbe sempre ricordarsi di essere solo la stalla in cui nasce Dio, e non il palazzo che vorrebbe volentieri offrirgli. Gesù nasce lì dove si alloggiano gli animali. Lì dove abitano gli uomini, dove essi si trovano a loro agio, le porte rimangono chiuse. La stalla indica quella nostra sfera in cui abitano gli animali, vale a dire gli istinti, le pulsioni, la vitalità, la sessualità. Ci piacerebbe -oh, sì, quanto ci piacerebbe! – nascondere ai nostri occhi e agli uomini questa sfera ‘animalesca’ che è presente in noi. Ne proviamo imbarazzo, perchè non riusciamo a dominarla. Essa non è pulita. E’ maleodorante. Non è chimicamente disinfettata. Anche dopo essere stata pulita, ricorda sempre lo sterco e l’urina, cose che preferiremmo non guardare. Tutto ciò è penoso. Eppure proprio là Dio vuole nascere in noi.

Noi non troviamo Dio anzitutto lì dove lavoriamo, dove ci stabiliamo, dove invitiamo altri uomini; lo troviamo nellla nostra stalla. Questo esige da noi l’atteggiamento dell’umiltà. Dobbiamo avere il coraggio di aprire la nostra stalla a Dio. Solo se gli presentiamo tutto quello che c’è in noi, egli entrerà in noi. Dio non s’accontenta di abitare nelle camere ben pulite che riserviamo agli ospiti, ma vuole scendere anche nelle nostre profondità. Vuole illuminare anche le nostre tenebre.” (Anselm, Grun, Vivere il Natale)

“Veniva nel mondo la Luce vera, quella  che illumina ogni uomo.” (Gv 1,9)

 

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Eccoci, qua, la vigilia è arrivata e come ogni nascita e nuova vita che inizia in fondo non sono pronta e tanto meno perfetta. E non sono i regali o i pranzi che non sono sistemati a dovere, ma il mio cuore, affannato e appannato quando ne desideravo uno luminoso e splendente. La cosa migliore è riconoscere la mia incapacità di fare spazio, almeno finora sono stata come uno dei locandieri che risponde che non c’è posto. Ma c’è ancora tempo, e soprattutto ci sono i miei figli, i miei Gesù Bambini. Voglio portare loro i miei doni, il più prezioso che ho, anzi non ce l’ho, lo posso solo condividere  “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. (Gv 1, 9)” La Luce che risplende sulle tenebre è anche il mio sorriso per loro, la mia capacità, a volte distratta, a volte offuscata da rabbia e preoccupazione, da stanchezza, ma a volte dalla sola timidezza, di dimostrare loro non solo il mio amore, ma le mie speranze, il mio amore per la vita, questo nostro dono immenso. E in mezzo ai pacchetti e alle musiche, domani mattina voglio ricordare loro che tutti questi sono i segni per imparare ancora una volta che vale la pena vivere, sempre e nonostante tutto, che la vera ricchezza l’abbiamo e l’hanno dentro i nostri cuori. Auguro a voi e a i vostri figli un Natale ricco.

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Molti concetti ho pensato, storie o riflessioni per augurarvi buon Natale, ma alla fine la ragazza dell’alberino ha scelto lei e mi ha suggerito -ripeti e se volete ripetete con me: ringrazio, è Natale, sono viva.-

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Ecco, è il momento degli auguri, buon Natale a tutte e tutti voi, ecco una piccola storia, un racconto che non ho scritto, ma che dallo scorso Natale mi è rimasto nel cuore.
Che la luce vi illumini, che possiate, anche voi, come la cometa, risplendere.

“Più di duemila anni fa, apparve nel firmamento del cielo una stella nuova. Era una stella diversa, particolare: la sua luce era così forte che il suo corpo non bastava per contenerla tutta, e questa luminosità formava una coda dietro di lei, una striscia abbagliante…
Apparve in una notte fredda e invernale. Ma la nostra stella non sapeva che cosa era apparsa a fare, non capiva il perché della sua coda, della sua luce. Dio le aveva semplicemente detto, per via della sua coda: ”Tu sarai la mia cometa”.
La prima cosa che vide quando apparve, fu una piccola grotta nel gelo della notte, e nella grotta stavano una mamma, un papà e un bimbo..
Questo bimbo infreddolito e in fasce aveva sul suo volto la luce di tutte le stelle.
“E anche del sole” pensò la cometa.
C’era in quel bambino qualcosa di misterioso, come in lei..
“Dio”, pensò la cometa, “ha voluto unirmi al destino di questo bambino. E’ come se fossimo nati insieme, è come se senza di lui non potrei esserci. E’ il riflesso del suo volto che mi dà luce!”
E si pose sopra la grotta…”

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Eccoci arrivati alla vigilia, ed ecco la mia storia come promesso. Non è natalizia, ma segnò comunque una nascita, tanti anni fa, quando per la prima volta presa carta e penna, mi misi sul muretto dei giochi della mia infanzia e guardando gli alberi contro la luce del tramonto una donna e una ragazza spuntarono dentro di me per raccontarmi di loro.
Una storia di emozioni semplici, per imparare a  fermarsi, guardare e riscoprire la vita che ci circonda.
Questo il mio augurio per questi giorni per ognuno e ognuna di voi.

L’Irene

L’Irene la conoscevano tutti nel paese, ma non la si vedeva spesso. Stava quasi sempre in casa. Usciva solo per andare in chiesa, alla fonte, al mercato. E per le sue passeggiate solitarie. Ma quelle non facevano parte della vita del paese. Partiva così, quando decideva lei e andava in giro in mezzo ai campi, a ridosso dei boschi, senza prendere legna o erba pei conigli o l’insalatina di campo, se ne andava in giro solo a guardare alberi e cespugli. Nessun altro faceva così in paese e la gente non capiva, ma accettava di non capire lo stesso, lei d’altronde non era come tutti gli altri. Merlettaie e ricamatrici ce ne sono tante, dappertutto e di tutte le qualità. Eppure le trine e i centrini che faceva la loro Irene non erano come quelli delle altre. Era brava, come tante, come le migliori, come le speciali, ma i suoi lavori si distinguevano perchè erano tutti diversi l’uno dall’altro. Non avevano mai le stesse forme e ogni centrino era un pezzo unico, originale e irripetibile.
Era semplice l’Irene, faceva una vita regolare, non sapeva neanche leggere. Eppure sembrava che questo filo invisibile nella sua testa riuscisse continuamente a trovare nuovi modi per fermarsi e girarsi, che subito si stancasse e volesse provare qualcos’altro.
Non le venivano mai commissionati corredi e servizi interi, e avere uno dei suoi centrini era un’ambizione che aveva preso prima la moda dei ricchi, dei signori, poi si era diffusa anche tra i popolani, quasi che l’essere un pezzo unico lo rendesse un poco magico.
All’inizio, in paese, pensavano fosse una mania, questa storia di non voler fare i lavori uno uguale all’altro. Lei diceva che le veniva a noia e che dimenticava come faceva. Ma non era vero. Aveva una memoria da cavallo e si ricordava e riconosceva un suo centrino anni dopo che l’aveva fatto e anche a chi l’aveva venduto. Pareva una fissazione e invece diventò conosciuta e piena di lavoro.
Lei però non cambiava niente della sua vita, non le interessava: tutto il suo interesse lo trovava nei centrini e in quella soddisfazione che le si leggeva sul viso quando ne finiva uno che era venuto proprio come aveva in testa. Altre volte invece si vedeva che era scontenta e guardava il lavoro in controluce alla finestra e scuoteva il capo, ma poi lo vendeva lo stesso.
Era come se il lavoro, una volta finito non le appartenesse più e non si teneva niente per sé. Gli unici centrini che aveva in casa erano quelli ereditati dalla nonna, fatti da chissà chi.
Questa era la vita semplice e particolare dell’Irene attorno a cui curioso e tranquillo viveva il paese. E così lo trovai io quell’estate in cui andai a passare le vacanza dalla zia Lalla. Mi piaceva andare in mezzo ai campi e alle colline e stare per tanti giorni di seguito immersa in questo mondo così eguale e prevedibile eppure sempre in trasformazione.
Mia zia mi raccontò subito dell’Irene e voleva sapere se ne avevo sentito parlare dalle mie parti. Così mi feci raccontare tutto di lei e il giorno dopo andai a trovarla.
Lavorava in una stanza luminosissima con due finestre ad angolo su due viste allungate di campi, alberi e colline. Mia zia mi presentò dicendo all’Irene che venivo da fuori e che desideravo conoscerla. Lei mi guardò con occhi sorridenti e quasi subito spaventati. Poco, quasi impercettibilmente, ma io me ne accorsi lo stesso.
Poi cominciò a parlare, tenendo gli occhi sul lavoro che continuava a portare avanti. A sentirla parlare sembrava non diversa da mia zia e dalle altre donne del paese, ma c’era anche qualcosa nella sua voce che mi stonava con quello che vedevo e che non riuscivo a comprendere, qualcosa che mi incuriosì. Si rimase lì un po’, con mia zia a chiacchierare, finché, esauriti tutti gli argomenti, arrivò l’ora di andare. Io fino a quel momento era rimasta muta e immobile a guardare l’Irene.
Mi sembrava che più che la sua bocca fossero le sue mani e i suoi occhi a parlare e a parlarmi. Sembravo esclusa dalla conversazione, e invece in quell’ora io e l’Irene facemmo conoscenza e anche amicizia.
Chiesi se potevo tornare a trovarla, a vederla lavorare, lei sembrò combattuta, poi rispose di sì, che potevo.
Ne fui felice, anche se non ne capivo bene fino in fondo il motivo: era già abbastanza strano che una ragazza come me, che studiava per diventare maestra, preferisse i contadini ai giovanotti e alle signorine e andarsene in mezzo agli orti e alle vigne invece che a passeggio. Ora poi, passare il tempo a guardare una donnetta che lavorava a uncinetto, eppure l’istinto mi dirigeva puntualmente verso quella stanza, quell’angolo illuminato dalle due finestre.
La prima volta chiesi a mia zia almeno di accompagnarmi, poi iniziai ad andare da sola e piano piano mi ritrovai a passare tutti i pomeriggi in sua compagnia. Che cosa accadeva? Che facevamo? Non ho ricordi netti. Passavamo lunghi momenti silenziosi, poi ogni tanto lei mi chiedeva qualcosa della scuola, della mia famiglia, oppure ero io a chiederle notizie del paese, o lei a raccontarmi spontaneamente. Ma erano chiacchiere, come quelle con mia zia del primo giorno, che davano una parvenza, una scusa plausibile al mio stare lì, con lei, tutte quelle ore.
Quello che accadeva è che giorno dopo giorno imparavo a seguire le sue mani, i suoi movimenti, la logica e la tecnica con cui ogni lavoro prendeva forma. In realtà spesso se parlavo, lo facevo meccanicamente, proprio perchè la mia attenzione col mio sguardo, era tutta rivolta altrove, in quel magico balletto che univa l’aghetto col filo e che una volta conosciuto assumeva un suo ritmo e movimenti regolari e prevedibili. Ma mai completamente e ogni centrino era una coreografia totalmente nuova e così il mio lavoro di osservazione ricominciava da capo e quando ormai avevo finalmente imparato ecco che si era di nuovo in fondo.
Quando l’Irene si fermava a riposare, mi dava uno sguardo veloce, poi andava a cercare le colline, gli alberi, i campi. Poi giù, di nuovo il balletto e il lavoro.
Questa nostra tranquilla armonia andò avanti fino ad un avvenimento particolare, nuovo per me, che scombussolò il nostro equilibrio. Un pomeriggio, finito un lavoro, disse che sarebbe andata a passeggio e che se volevo potevo andare con lei, ma che saremmo andate subito subito.
Io rimasi stupita, anche se mia zia mi aveva raccontato di questa sua stranezza, perchè sembrava proprio fremere, quando un minuto prima era tutta quieta e immersa nel suo ultimo centrino. Le dissi che andava bene, feci una corsa a casa a cambiarmi le scarpe e partimmo.
Andava di buon passo, sembrava quasi fosse un viaggio più che una passeggiata, con delle mete ben precise, ma non ebbi il coraggio di chiederle nulla. Continuavo ad interrogarla su nomi di luoghi o cose così, senza importanza.
Uscimmo dal paese e dagli orti finché ci ritrovammo in mezzo ai campi. Allora l’Irene rallentò. Ogni tanto si fermava, fissava gli alberi, poi si girava verso le colline, tirava un sospiro, riguardava i rami, proseguiva. Talvolta s’abbassava, guardava l’erba, i fiori, il campo rasente dal basso, si fermava un attimo, poi ripartiva.
Andò avanti così per una mezz’oretta e da com’era assorta pareva parlasse con fate o fantasmi che la fissavano dagli alberi o dall’erba. Io, al solito, non le chiesi nulla, non sapevo cosa pensare.
Tornammo a casa e riprese a lavorare. Tutto era apparentemente come prima, due cose invece erano cambiate: l’Irene aveva un’espressione più soddisfatta del solito, io mi sentivo confusa.
Cominciai a scervellarmi per trovare qualche spiegazione. Ero più pensierosa e mi distraevo spesso dal lavoro, i miei occhi andavano dietro alla mia mente e sempre meno alle sue mani. L’Irene si accorse di questo cambiamento e mi chiese un giorno che cosa pensavo da un po’ che ero sempre con lo sguardo fisso nel vuoto invece che sul lavoro o alla finestra. Se lei non avesse detto quelle parole, forse starei ancora a domandarmi che cosa quella strana donnetta facesse in mezzo ai campi, ma certo lei aveva deciso di dirmelo, altrimenti non mi avrebbe portato con sè.
Era la prima volta che si rifaceva esplicitamente a qualcosa che stava accadendo tra di noi in quella stanza e così colsi la palla al balzo. Risposi che pensavo spesso alla passeggiata che avevamo fatto. Lei replicò che era la prima volta che aveva portato qualcuno con sè e che le spiaceva se mi ero annoiata. Riuscii a trovare il coraggio di dirle che non mi ero annoiata, ma che avevo avuto l’impressione che lei avesse fatto qualcosa che io però non avevo compreso. Mi guardò compiaciuta e rispose che forse un giorno mi avrebbe spiegato.
Potete immaginare. Da quel giorno non stavo più nella pelle. Volevo sapere che cosa faceva in quelle passeggiate ora che sapevo che qualcosa di strano e speciale lo faceva veramente. Intanto ripresi a seguire il lavoro, ma con altri interessi. Ogni centrino mi sembrava il possibile e quello che ci separava da un’ulteriore passeggiata in cui l’Irene mi avrebbe magari rivelato il segreto e soffrivo nella fretta di volerlo vedere terminato.
Ogni tanto però riuscivo a scordare la mia curiosità, mi lasciavo prendere dal magico balletto del filo e dell’uncinetto e passavo momenti così intensi che mi scordavo anche dov’ero.
Mi feci più audace e un giorno le chiesi se il lavoro c’entrava con le passeggiate. Rispose che dovevo avere pazienza che a suo tempo avrei saputo. Questa rassicurazione mi permise di tollerare l’attesa, di accettare di aspettare. Mi sentivo già custode e partecipe del segreto anche se ancora non lo conoscevo, che capivo l’Irene aveva riservato soltanto a me rispetto a tutto il paese e anche, pensavo, a tutto il mondo.
Questo privilegio mi lusingava e mi aiutava ad aspettare, aspettare, aspettare.
Mia zia vedeva sempre più il mio interesse accrescersi verso l’Irene e pensava che mi fossi appassionata all’uncinetto, a casa non portavo nessun lavoro e non capiva, ma in fondo non le interessava di capire.
Trascorse in questa attesa e graduale scoperta  il mio periodo di permanenza e mancava ormai poco alla mia partenza. Lo disse all’Irene e anche che per carità non volevo partire senza  sapere, senza capire a cosa le servivano le passeggiate. Annuì con la testa sorridendo.
La vigilia della mia partenza, arrivai da lei trepidante, ansiosa e felice. Anche lei lo era, si vedeva, e appena arrivai mi disse di andare a cambiarmi le scarpe che saremmo andate a fare una passeggiata.
Andai di corsa e subito ci avviammo. Camminavamo in silenzio, io mi sentivo il cuore battere e non mi sembrava quasi vero che entro pochi minuti avrei finalmente saputo. Pensavo che sarei rimasta delusa  o forse troppo sconvolta e oscillavo tra l’entusiasmo e queste due diverse paure.
Finalmente l’Irene rallentò e io sentii che c’eravamo.
Come riassumervi adesso quello che mi disse? Cominciò col farmi promettere che non avrei detto a nessuno il suo segreto finché lei fosse stata viva. Feci la promessa.
Poi mi disse che lei non aveva fantasia e non sapeva inventare e che d’altronde non aveva studiato e quindi era poco intelligente. Non sapeva pensare e non è che tutti quei centrini diversi li inventava lei.
L’unica cosa che aveva imparato a fare era copiare dai rami, dalle foglie, dalle gemme che sembravano tante trine. Anche l’erba e le spighe le sembravano trine sempre nuove e diverse. Ecco cosa faceva lei, copiava e basta. Sapeva che non era brava e che il merito non era suo, ma ormai non l’aveva detto all’inizio  e si vergognava che la gente lo sapesse ora, quando aveva fatto credere a tutti di essere tanto intelligente.
Disse anche che a me aveva voluto dirlo perchè era stata buona a farle tanta compagnia, e poi, visto che mi piaceva tanto vederla lavorare, non voleva imbrogliarmi.
Io l’abbracciai e le dissi che secondo me gli alberi e l’erba erano felici di essere usati come suoi modelli e che anche i poeti e i pittori che studiavano tanto si ispiravano alla natura.
Tornammo contente e anche rilassate a casa, rimasi un po’ con lei, poi venne il momento di salutarci. Tirò fuori da un cassetto un centrino, lo riconobbi in uno di quelli fatti mentre ero stata lì con lei. Me lo regalò, nonostante le mie rimostranze e le mie dichiarazioni che la sua compagnia era stata il mio regalo.
Si raccomandò di nuovo di conservare il suo segreto e mi salutò.
L’anno dopo mi fidanzai, non tornai più al paese di mia zia e non la rividi più.
Questa era l’Irene e questa fu la mia estate con lei, questo il suo segreto.
Ora di lei sono rimasti soltanto i suoi centrini. Io il  mio l’ho sempre con me. Lo tengo vicino alla finestra.

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