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Posts Tagged ‘emozioni’

Pensavo, un concetto un po’ teorico, a quanto i bambini abbiano bisogno di una logica causa-effetto e di concetti legati a cose concrete, di quanto sia importante che possano incanalare su oggetti o comportamenti specifici, a cui poter dare un nome e un’immagine, le loro emozioni. Ecco perchè le punizioni sono un modo molto più semplice per loro per superare il senso di colpa rispetto ad un vago -così non va bene-.
Pensavo lo stesso delle paure, che se non circoscritte possono investire tanti aspetti della loro vita, invece se si ha paura di qualcosa, si può nominare, condividere, elaborare e sconfiggere.
Ecco perchè le fiabe sono sempre state piene di personaggi spaventosi, mentre sembra che oggi sia più facile, dappertutto, trovare la violenza, ma non la paura.
Quando raccontai questa storia, che è sul libro, un’amichetta di mio figlio, piangendo, mi chiese se esistesse davvero, mentre i miei figli e persino quella fifona di mia nipote, forse perchè l’hanno sempre conosciuta, non si sono mai spaventati, se non quel tanto che bastava, quando si nominava la Strega Mangiabambini.
Storia della strega Mangiabambini
Mia figlia per un periodo era un po’ sottopeso e magra magra. Dovevo spingerla a mangiare senza  creare tensione intorno alla questione cibo che si sa può diventare molto delicata. Infatti molte sue amichette erano già spaventate fin da allora all’idea di diventare “ciccione” e parlavano di diete e di dover dimagrire. Nel mondo delle fiabe invece il cibo rappresenta la ricchezza e l’abbondanza e segna sempre i momenti di festa. Inoltre essere mangiati rappresenta uno dei massimi pericoli perché chi ha fame è povero e soprattutto cattivo come gli orchi, i draghi, le streghe e i lupi. Ho preso in prestito uno di questi personaggi per farmi aiutare a combattere invece la paura di diventare ciccione, la Strega Mangiabambini, che spuntava fuori ogni volta che ce n’era bisogno. Non era una minaccia…  semplicemente un ricordare che esisteva, quando mia figlia cominciava a fare storie per mangiare.
-Lo sai vero che succede se non mangi? Ti ricordi chi viene? Allora devi sapere che esiste questa strega un po’ particolare, la Strega Mangiabambini.  Ovviamente se si chiama così, cos’è che farà questa strega? Brava! Lei mangia i bambini. Ma non qualsiasi bambino, è di gusti un po’ difficili e molto particolari… Ti piacciono le patatine fritte?  Bene, e quali sono più buone le patatine che scrocchiano sotto i denti o quelle un po’ mosce,  morbide morbide, che invece ti si attaccano ai denti come una gomma da masticare? Bene, ti piacciono quelle scrocchiarelle. Ecco anche alla strega Mangiabambini piacciono i bambini scrocchiarelli, cioè quelli che sono secchi secchi. Se lei vede una bambina, con certe braccia secche secche, certe gambine secche secche, allora le viene l’acquolina in bocca perché si immagina già  come scrocchierà bene sotto i suoi denti. Se invece vede una bambina che ha intorno alle braccia un po’ di ciccina, le gambe belle pienottine, allora sa già che questa bambina non scrocchierà come piace a lei e la lascia stare. Quindi tu che dici, cosa conviene fare per tenere lontana la strega Mangiabambini, mangiare e avere un po’ di ciccina, o non mangiare e diventare bambine scrocchiarelle?-
Così, mangiare diventava una specie di avventura. Mentre raccontavo, lei metteva in bocca il suo pasto e alla fine si faceva insieme. “Marameo!” alla cara vecchia Strega Mangiabambini.”

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Vivere è come disegnare su un album da disegno: è bello avere tante pagine bianche da riempire dei nostri colori e con le nostre forme. Ma talvolta sembra di avere solo fogli neri, dove si fatica con un gesso bianco a lasciare qualche tratto.
Perchè il foglio ci appare come siamo noi, ma soprattutto perchè per avere colori da mettere nei fogli, pennelli, matite e pastelli, occorre riempire sempre i nostri astucci con emozioni buone, con momenti di gioia, ma soprattutto di sentire, mentre spesso pensiamo e facciamo, e ci scordiamo che se il cuore non è pieno tutto poi ci appare grigio.
Pensavo di aver avuto un pensiero originale, poi mi è venuta in mente la canzone Acquarello..

Però se si tratta di colori anche io ho qualche freccia al mio arco. Leggete…

Il gatto buffo

Il gatto buffo si accorcia le code, o se le attorciglia. Sì, perché ne ha nove di code, come tutti i gatti, si sa. Noi ne vediamo una, le altre le attorciglia, le nasconde, ma a lui servono tutte e nove.

La prima, quella gialla, è quella dei cinesi. Ogni volta che la scuote un cinese, codino e risciò, inizia a correre e a urlare. Pensa, in cinese, di essere matto. Correndo, e gli altri lo guardano  e pensano, in cinese, che lui è matto, gli prende un’allegria e comincia a divertirsi. Vede le facce stupite e scandalizzate e sorprese e qualcuna divertita. Allora comincia a ridere e anche chi lo vede alla fine ride. E anche il gatto buffo alla fine, di nascosto, sotto i suoi baffi, ride.

La seconda coda è quella azzurra e quando la taglia, a ogni pezzetto gli spuntano le ali e sale in alto in alto, diviene un gabbiano e inizia a volare verso il mare. Vede le case da lassù e i prati e le colline verdi. Anche il gatto buffo vede attraverso gli occhi del gabbiano e guarda, guarda tutto. Quando arriva al largo si butta giù in picchiata e nell’istante in cui tocca l’acqua si trasforma di nuovo e diviene un pesce volante. Va sotto la superficie e di nuovo attraverso i suoi occhi il gatto buffo conosce tutto quello che lui incontra là sotto, in fondo al mare.

La terza coda, la rossa, il gatto buffo non la muove quasi mai. Quando succede sventolano le bandiere e le sciarpe colorate dei tifosi, si elevano le insegne dei reggimenti, i gladiatori iniziano a combattere e le belve entrano nell’arena, suona la tromba della cavalleria, le rivali in amore si strappano i capelli, e macchine incrociano a 180 all’ora, e il gatto buffo guarda tutto questo e il suo pelo diventa tutto intirizzito. Poi il pelo torna liscio, la coda si ferma e tutto piano piano si acquieta. Il gatto buffo a questo punto dorme tranquillo.

La quarta coda è trasparente e così il gatto buffo non riesce mai ad afferrarla nel punto giusto. Più non la vede e più la guarda, più è convinto di averla individuata e allunga le zampe e il muso per prenderla, più si ritrova senza niente. Questa è la coda che più odia e più ama, non riesce a controllarla né a possederla. Per fortuna nessuno può prendergliela perché nessuno la vede, ma ogni tanto gliela pestano e lui sente insieme al dolore quanto quella coda sia sua. Spera sempre che il livido, la cicatrice scura gli permetta finalmente di vederla. Ma continua a restare trasparente.

La coda nera è la quinta, ma qualche volta cambia di posizione e diventa prima, quarta, sesta. Quando si attorciglia ogni volta, le finestre si aprono e una donna guarda fuori per vedere se il tempo è buono per stendere il bucato, una ragazza la richiude guardando le stelle. Poi un bambino viene ad appiccicare il naso al vetro, ad alitarci sopra per disegnare astronavi pronte per partire. Apre la finestra e fa partire l’astronave, chiude, va a letto e sogna il viaggio intorno ai pianeti, a passeggio per le galassie. E attraverso il bambino il gatto buffo esplora le galassie.

La sesta coda, la coda grigia e lunga, batte ogni tanto piccoli colpetti per terra e subito tutti i cappelli cadono come fosse passata una folata di vento. Le persone alzano gli occhi a cercare il cappello e il  gatto buffo guarda tutti quegli occhi, e legge dentro di loro. State attenti a non guardarlo negli occhi perché vi conosce fino in fondo e vi prende tutto. Non si stanca mai, il gatto buffo.

La settima coda si attorciglia con l’ottava e stanno lì, strette strette, insieme. Quando il gatto buffo le pensa un uomo e una donna si guardano negli occhi e fanno all’amore. Quanto più il gatto buffo pensa le sue code tanto più loro si attorcigliano. Poi, se ne taglia un pezzettino, allora da qualche parte nasce un bambino. E il gatto buffo è felice.

La nona coda è quella che vediamo anche noi. Con questa il gatto buffo tiene il ritmo per le altre otto, segna il tempo come la bacchetta del maestro. Se la liscia e se la lecca e non si preoccupa di tagliarla o attorcigliarla. Se la tiene contento e rilassato e la muove libera nell’aria, mentre gira annusando qua e là.

Ogni tanto il gatto buffo fa una corsa per sgranchirsi le zampe. Poi si riposa. E sogna di avere nove code.

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I figli sono una strana cosa: ti fanno rivivere emozioni che sono lì sepolte da qualche parte e ti riaprono finestre sul tuo cuore bambino, che è ancora lì da qualche parte dentro il petto.
Stamattina quando il mio bambino è salito sul pulmino aveva in mano un coperchio di scatola di scarpe che la maestra ha chiesto di portare.
Un suo compagno era già lì seduto con un enorme coperchio, ancora più grande di quello di mio figlio, con un’aria sorridente e soddisfatta e mio figlio salendo ha osservato sorpreso come fosse grande.
Appartenere ad un gruppo, sentirsi a posto perchè si ha quello che ci è stato richiesto, la curiosità e l’attesa per vedere cosa verrà fuori dal lavoro da svolgere tutti insieme e ognuno per conto suo.
Ricordo queste sensazioni. Erano le mie o le ho lette nell’espressione luminosa del compagno di mio figlio alla sua esclamazione?
Non importa, ciò che conta è ricordarsi e re-imparare con loro la felicità in un coperchio di scatola di scarpe.

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Visto che di emozioni in genere non me ne faccio mancare,
una volta tanto voglio sorridere.

Mio caro Marsiglio
lascia che ti dia un consiglio
a che serve fare il coniglio?
Dammi retta, dacci un taglio.

Che ti importa di Firmina?
Non è poi così carina
senza offesa, è un po’ cretina
rinchiudila in cantina!

Ma sì, lo so, sto esagerando
certo, sarebbe un gesto orrendo
ma che vuoi ti sto dicendo
proprio ciò che sto pensando.

Insomma Marsiglio mio caro,
mi rendo conto che è un discorso duro,
no, non sbatter la testa contro il muro,
vedrai a tutto si trova riparo.

Dovresti cercare di distrarti
vedere amici, un po’ svagarti
non lasciar spazio a momenti morti
e poi ci sarò io qua ad aiutarti.

A che serve andare avanti
darvi calci proprio lì in quei punti
le cicatrici poi son dolenti
restano impresse nelle menti.

Come quando mi hai chiamato:
dalla finestra ti aveva buttato
nel cassonetto eri volato
e il gatto che frugava avevi urtato.

Mi chiamavi da una cabina
stramaledicendo la tua Firmina
dandogli tu della cretina
chiedendomi la carabina.

La mattina venni a vedere:
eravate di nuovo latte e miele,
dicevi che ero io ad esagerare,
che non c’era niente da cambiare.

Ma ora che il cassonetto hanno spostato
e quattro costole ti sei fratturato
che neanche il gatto il colpo ti ha attutito
forse finalmente avrai capito.

Questa per te non può esser vita
sempre a volare e poi la risalita
dopo la puntuale tua telefonata
col proposito della fucilata.

No, così non può andare
dammi retta, la devi lasciare,
ti sei dovuto ricoverare
andrò io per te a traslocare.

Macchè, tutto fiato sprecato
è venuta in ospedale, di corsa, a perdifiato,
piangendo ti ha abbracciato,
e tu neanche un minuto hai resistito.

 

Per i romantici a oltranza Denny, una meravigliosa canzone d’amore, perchè

“nessuno vede l’amore, qualcuno lo intuisce,
sto fra i tuoi occhi splendenti perchè l’attimo è ora,
toccami la mano e ti sentirò, toccami la mano e capirò,
accendi quella luce e la vedrò.” (Ivano Fossati)

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Quando ero piccola immaginavo che sotto il mio letto vivessero tanti uomini piccolissimi e tante donne piccolissime, bambini e anziani e anche animali e piante piccolissime, persone di ogni tipo, ma tutti minuscoli, che se ne stessero là sotto in quella che per loro era una grande distesa.
Da grande mi sono resa conto che quella era allora la mia “fantasiosa immagine della mia fantasia”.
E ho compreso che tenere tutto quell’intero popolo a bada sotto i limiti della mia rete e del mio materasso è per me più faticoso che ogni tanto permettere a qualcuno di loro di uscire a raccontare la sua storia.
I miei figli mi hanno aiutata a farne uscire alcuni, con le loro richieste e i  loro spunti. Ma ora sono grandi, cominciano a cercare, come è giusto che sia, le loro storie altrove.
Le altre storie che scrivo sono sempre un modo di parlare di me, ma in fondo alla fine diventa un po’ noioso guardarsi e scriversi sempre addosso.
Volete aiutare qualcuno di quei minuscoli personaggi a fare la sua passeggiatina fuori dalla rete?
Sentite dentro di voi a chi, anche a voi stessi!, vi piacerebbe raccontare una storia, delle mie. Scrivetemi e parlatemi di loro e di cosa volete esprimere.
Scopriremo quale dei miei abitanti da sotto il letto arriverà e staremo ad ascoltare cosa avrà da raccontarci.  Sarà bello farlo insieme.
Intanto vi racconto la storia che mi arrivò una volta mentre guidavo.
I mei figli e due loro amichetti mi chiesero -Storie di paura! Storie di paura!- come ogni volta che salivano in macchina con me.
Stavano mangiando le patatine.
“C’erano due bambini e due bambine che viaggiavano in  macchina per andare a casa e uno di loro stava mangiando per merenda un pacchetto di patatine, quando ecco che una brutta strega che venne sorpassata pronunciò un incantesimo facendo diventare le due bambine e uno dei due bambini minuscoli e prigionieri dentro il pacchetto di patatine.
L’altro ignaro, continuava per via dell’ incantesimo a vederli accanto a sè, e continuava anche a mangiare le patatine.
I tre cominciarono a urlare, non volevano essere mangiati!
Ma così minuscoli come erano diventati, non riuscivano a farsi sentire e il bambino prendeva le patatine dal sacchetto senza guardare e con le sue mani, che sembravano ora enormi tenaglie, avrebbe potuto catturarli e inghiottirli ad ogni presa.
Mentre si guardavano intorno cercando disperati una soluzione ecco che videro la bustina, anzi la bustona, della sorpresa, là, proprio sul fondo del pacchetto. Nonostante il sale facesse bruciare i loro occhi si buttarono sulla bustina e con grossi sforzi riuscirono ad aprirla.
Dentro c’era un piccolo cavallino di plastica, e si misero tutti e tre in groppa al minuscolo destriero che era giusto della loro misura. Cavalcarono faticosamente verso il bordo del sacchetto e quando stavano per uscire e mettersi finalmente in salvo da quella enorme bocca, ecco che il loro amico vide il cavallino e lo prese in mano. Lo guardò, ma distrattamente, non era una delle sue sorprese  preferite e quindi stava per buttarlo sul sedile dell’auto, si sarebbero sfracellati!
Urlarono con tutto il loro minuscolo fiato per richiamare la sua attenzione, ma lui non ci badava. Però per fortuna il movimento, se pur minuscolo dell’aria che provocarono, fece il solletico a quell’enorme naso tanto che alla fine il bambino starnutì sonoramente.
I tre bambini volarono via, ma lo starnuto interruppe l’incantesimo e così si ritrovarono seduti di nuovo accanto al loro amico, che  si girò a guardarli pensando di essersi incantato a sognare questa buffa storia, mentre guardava fuori dal finestrino.”
Nel frattempo eravamo arrivati.

Aspetto piccole situazioni, o grandi emozioni da farci raccontare dai miei personaggi. Mi farete un bel regalo, ve ne sarò grata.

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Quest’ultima settimana di vacanze, e soprattutto gli ultimi giorni, ho lasciato perdere con i compiti nell’intento di far arrivare rilassati i miei figli a lunedì, lasciandoli completamente liberi di organizzarsi il loro tempo.
Che tristezza!
Dopo settimane di mare e campeggio, di amici, bagni e miniclub, vivere sempre all’aperto, tutto il giorno in costume e libertà, senza tv, computer e giochini pensavo che avrebbero a casa prolungato un po’ almeno la ricerca di queste abitudini.
Invece  con il rientro siamo ritornati al punto dov’eravamo e dove siamo: la mia lotta continua contro quelli che io chiamo i surrogati tecnologici di emozioni, amicizie e divertimento. Dove ho sbagliato?
Certo ammetto che nei momenti di tensione familiare è per loro un buon sistema di fuga, che non avendo amici sottomano è il modo più facile per non annoiarsi, che è la via più breve. Ma a quale prezzo?
Le difficoltà di cui parla Michela nel commento a Settembre, la solitudine in cui vivono, l’abitudine a relazionarsi sempre con qualcosa nel mezzo che riempe i vuoti e crea alibi: il cellulare, i giochini, la tv.
E la mancanza di dimestichezza con le emozioni e i sentimenti vissuti nelle relazioni reali: l’ignoranza della propria sfera emotiva nei compagni delle medie di mia figlia, in un’età in cui quello che provi comincia a giocare un ruolo così’ importante, l’ho trovata disarmante e avvilente.
Ma sempre bisogna portare una bistecca per togliere l’osso e infatti nell’esperienza di Michela le loro idee hanno funzionato.
Quando ce la faccio cerco anch’io di proporre alternative, altrimenti di stare almeno dentro a quello che fanno, di condividere i giochini, le canzoni, i cartoni, di conoscere quella fetta della loro vita adeguata a un modo di vivere a cui si ritrovano comunque a partecipare perchè è il mondo a cui appartengono, un mondo triste, dove tutti ridono e si divertono e nessuno si emoziona, nessuno si commuove e si meraviglia.
Provare tristezza è almeno mantenersi lucidi e vivi.
Per poi darsi da fare e avere fiducia nei loro cuori.

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A tutte quelle ragazze, rimaste nascoste sotto la spessa coltre della mammitudine, che ogni tanto riescono a saltar fuori e a uscire di casa, lasciando i figli, sempre meno piccoli, ai rispettivi padri per andarsene come in una vacanza a sentire, da fuori, Baglioni in concerto, come noi tre, ieri sera a San Gimignano.
Per tutte quelle che non ci riescono regolarmente,  ad avere una vita relazionale propria, ma che anche se solo perchè è estate, in via eccezionale, ci provano, e si ritrovano a respirare un’aria nuova eppure familiare, a riascoltare e cantare le canzoni dell’adolescenza come ragazzine, finchè le figlie non se ne accorgeranno rubando loro il posto.
Ma non le emozioni perchè “i desideri non invecchiano quasi mai con l’età.”

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