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Posts Tagged ‘Genitori’

Mentre arrivano da tutti i media notizie sempre più inquietanti sugli adolescenti e i loro problemi, sulle loro condotte e sul vuoto di relazione e comunicazione con i genitori, noi per fortuna abbiamo Sanremo.
Tra le tante diversità tra me e mio marito, il gusto di seguire il festival ci accomunava già prima di conoscerci. Così quest’anno mia figlia, che solo da questa seconda media va a letto più tardi rispetto al fratello che verso le nove e mezza chiude la sua giornata, ha seguito insieme a noi tutte le serate.
Invece di starsene per conto suo a chattare con gli amici o a seguire i suoi programmi al computer, ha sperimentato il nostro starcene accoccolati sul divano, un po’ addormentati, cullati dalla musica, riprenderci per qualche ospite o per la canzone che ci piace, commentare i vestiti o le acconciature, i testi e le interpretazioni. E lei si è appassionata, aveva i suoi preferiti e controbatteva ai commenti o chiedeva spiegazioni.
Insomma è stata una full-immersion di condivisione di musica, ma soprattutto un avere argomenti neutri in comune senza dover discutere, semplicemente confrontarci, ogni tanto addormentarsi e divertirci insieme.
Ora mia figlia si è innamorata di Marco Mengoni, arrivato terzo.
A me questo Sanremo resterà nel cuore.
Mi auguro anche a lei.

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Sono arrivate le pagelle,
un poco brutte un poco belle.

Non sono come le avevo desiderate
non danno risultati di menti esagerate.

La condotta è importante
e invece lui è vivace lei troppo esuberante,

poi ci son delle lacune
per fortuna sono alcune.

Insomma avrei voluto dei figli perfetti
certo non sono degli inetti,

ma  per il mio orgoglio da soddisfare
c’è veramente ancora molto, troppo, da fare!

Ma i figli sono persone,  pieni delle loro storie, diverse dalla mia, anche da quella che immaginavo per loro.
Non posso che amarli, sgridare, sostenere, spronare, rassicurare.
E imparare a guardarli un po’ da lontano, rispettarli. Esiste forse un’altro modo per insegnare il rispetto?

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I figli sono una strana cosa: ti fanno rivivere emozioni che sono lì sepolte da qualche parte e ti riaprono finestre sul tuo cuore bambino, che è ancora lì da qualche parte dentro il petto.
Stamattina quando il mio bambino è salito sul pulmino aveva in mano un coperchio di scatola di scarpe che la maestra ha chiesto di portare.
Un suo compagno era già lì seduto con un enorme coperchio, ancora più grande di quello di mio figlio, con un’aria sorridente e soddisfatta e mio figlio salendo ha osservato sorpreso come fosse grande.
Appartenere ad un gruppo, sentirsi a posto perchè si ha quello che ci è stato richiesto, la curiosità e l’attesa per vedere cosa verrà fuori dal lavoro da svolgere tutti insieme e ognuno per conto suo.
Ricordo queste sensazioni. Erano le mie o le ho lette nell’espressione luminosa del compagno di mio figlio alla sua esclamazione?
Non importa, ciò che conta è ricordarsi e re-imparare con loro la felicità in un coperchio di scatola di scarpe.

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Giovedì grasso, Berlingaccio, si diceva una volta.
Vestizione dell’Uomo-ragno, prova di bomboletta, controllo della busta che ci sia tutto: coriandoli, stelle filanti e bombolette di scorta.
Arriviamo alla festa organizzata dal circolo locale per i bambini della scuola di mio figlio.
Primo: viene sgridato da una nonna perchè non si possono usare le bombolette.
Secondo: ci sono soltanto un bambino e una bambina della sua classe, neanche di quelli con cui è amico.
Conclusione: dopo dieci minuti che siamo arrivati e io sto parlando con una mamma lui arriva in lacrime dicendo che non si diverte e vuole andare via.
Premetto che mio figlio è molto impulsivo, scaraventa tutto quello che gli capita a tiro quando si arrabbia, e lo fa da quando ha imparato a pochi mesi a scaraventare le cose.
Che faccio?
E’ giusto rispettare la sua scelta o devo aiutarlo a superare la rabbia e cercare di farlo comunque star bene e divertirsi alla festa?
Opto per la seconda idea e in realtà lui si arrabbia ancora di più.
Mi chiedo, ma non sarà che gli impongo ogni tanto la mia idea di divertimento?
E’ solo che non voglio che ceda alla rabbia o che è triste che lui non festeggi il giovedì grasso?
E’ chi è che è triste all’idea, io o lui?
Penso allora alla fatica che i nostri figli certe volte devono fare per essere all’altezza delle aspettative, le nostre!
Rassegnata vengo via, ma mentre andiamo alla macchina mi viene in mente che la sua amica del cuore, che abita proprio lì vicino, è a casa, che lei non poteva venire alla festa.
Andiamo a trovarla e mentre io parlo serena con i suoi genitori lui gioca tranquillo con lei e il suo fratellino che ha una sconfinata ammirazione per mio figlio.
Ce ne torniamo contenti, aspettando la prossima festa di carnevale e lo scherzo che magari ci scombinerà la serata e il divertimento, ben decisa a saperlo girare a nostro, anzi, a favore del mio piccolo Uomo-ragno.

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Una settimana piena, convulsa, senza sosta: sequestrata dalla vita.
Così mi sento, quando mi manca il tempo, quello materiale e ancor più quello mentale ed emotivo, di rimuginare sulle cose che faccio, su quello che mi accade, dove sono.
Mio figlio in tutti questi giorni non mi ha dato tregua, mi sta addosso come non succedeva da mesi, lo avevamo effettivamente un po’ trascurato e il risultato è che ora è radioso.
Avevo letto, non ricordo chi fosse, affermare che per misurare il suo livello di stress o di benessere nella sua vita considerava la sua capacità effettiva di trascorrere il tempo in modo positivo e rilassante con i suoi figli.
Quando riusciva a fare delle cose belle con loro come lunghe passeggiate nel bosco, allora voleva dire che era riuscito ad impostare bene le sue giornate lasciando spazi per ricaricarsi, quando stava con la fretta insieme a loro, significava che era sotto pressione e non era riuscito ad amministrarsi bene.
A me l’idea sembrò bellissima, per tutti quanti.
Ma mio figlio ultimamente quando siamo insieme non si allontana da me più di due centimetri.
E per la verità io ho proprio bisogno di stare anche un po’ per conto mio, a guardare fuori dalla finestra ascoltando musica e lasciando che i fili dentro di me si disingarbuglino come vogliono loro e, come un ruminante, non posso digerire la vita così di primo impatto, me la devo riporre nel cuore un pezzetto alla volta.
Vedere mio figlio euforico e contento mi lascia dentro una scia luminosa che prosegue anche il giorno dopo, ma non annulla la mia stanchezza fisica e per quanto riguarda il sapermi amministrare bene mi sa che sono ancora parecchio indietro.

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Come tutti i bambini anche i miei figli hanno attraversato il periodo in cui non volevano mangiare e lo stare a tavola doveva essere trasformato in qualcosa di piacevole.
Mio suocero, che spesso si trovava a gestire la merenda preparava il panino, o la banana, facendone fettine o bocconcini che poi infilzava uno per uno con gli stuzzicadenti tanto che il piatto sembrava un mini-vassoio, un piccolo buffet a cui i suoi nipotini venivano invitati.
Mio marito usava invece il gioco dell’ultimo boccone. Il primo che offriva diceva che era l’ultimo e allora veniva accettato, poi il secondo era l’ultimissimo, il terzo l’ultimissimissimo, e con questo gioco un po’ sfida si andava un pezzo avanti col piatto.
Io al solito ci infilavo qualche storia. Le famose pecorine, cioè i bocconcini, diventavano i porcellini mentre la mia mano diventava il lupo che arrivava per mangiarseli e la bocca la porta e il pancino la casetta di mattoni, il rifugio sicuro.
Poi subentrò con mio figlio la storia di Frodo, lo hobbit protagonista de Il signore degli anelli che doveva trovare il sistema di far aprire l’ingresso delle miniere di Moria. Mentre la mia mano, una grossa piovra che voleva mangiarselo usciva dallo stagno e si avvicinava minacciosamente al piatto, lui riusciva a trovare la parola in elfico che magicamente faceva aprire il portone di pietra e così il nostro eroe in punta di forchetta, passando dalla bocca spalancata del mio bambino, si rifugiava sicuro nel suo pancino.
Con gli spicchi di mandarino invece usavo la canzoncina del piccolo naviglio.
Si mettevano tutti gli spicchi in fila uno dietro l’altro e “dopo 1,2,3,4,5,6,7, settimane” il piccolo naviglio se ne andava tranquillo a navigare in quel mare che tutti voi potete ben immaginare.

Il piccolo naviglio
C’era una volta un piccolo naviglio (3 volte)
Che non voleva non voleva navigar

E dopo 1,2,3,4,5,6,7, settimane (3 volte)
Il piccolo naviglio non voleva navigar.

Se questa storia vi è venuta annoia(3 volte)
Allora andremo, allora andremo a incominciar!

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Si sa la fine dell’infanzia è anche la fine del vedere nei genitori il riferimento assoluto per la propria vita. Bisogna attaccarsi agli amici, al mondo adolescenziale per sostenersi a vicenda in questo abbandono che è necessario compiere per poter crescere.
Così noi poveri genitori ci ritroviamo improvvisamente relegati al ruolo di rompiscatole anacronistici, “antichi”. Ma anche questo fa parte del nostro compito, lasciarli andare.
Mia figlia che non ha perso tempo in questa fase ormai ci tratta come dei vecchi bacucchi che non capiscono più niente del mondo e soprattutto delle cose che contano, che contano per lei.
Salvo ogni tanto provare il bisogno insopprimibile di saltarmi in braccio attaccandomisi come un Koala all’albero visto che è alta quanto me. Ma sono sprazzi, ormai.
Avere invece apprezzamenti dall’alto dei suoi dodici anni è un’altra faccenda.
Giorni fa mi raccontava del suo bisogno di cambiare, che le stesse cose le vengono a noia.
Allora mi è venuto spontaneo citare la mia storia della goccia.
Questa storia, che è nel mio libro, l’ho raccontata una sola volta a suo fratello poi l’avevo dimenticata, me la ricordò lui.
Quindi anche per lei è poco familiare, inoltre ha un tono e un linguaggio diverso dalle altre, tanto che se non fosse stato per il tributo a mio suocero, eravamo con lui quel giorno, non l’avrei messa nel libro, mi sembrava stonasse.
Mia figlia, assidua lettrice, se ne è accorta, ma è ben altro quello che mi ha sorpreso e inorgoglito.
-..così la goccia rimase lì. –
-Mamma, ma questa storia è bellissima, dove l’hai letta?-
-Come dove l’ho letta, l’ho scritta io, no? E’ nel libro!-
-Davvero? Ma è bellissima, sembra una storia di uno scrittore, non di una persona normale!-
-Be’, ma anche  gli scrittori sono persone, no?-
-Ma questa non è come di scrivere di Dotto e dei sette nani! E’ proprio una storia, ed è proprio bella!-
Il premio Strega, Bancarella, Andersen? Mi fanno un baffo..
Per chi non l’avesse letta nel libro e a questo punto è curioso:

La storia della goccia

Vorrei raccontarvi ancora una storia che dedico a una persona carissima che ho perso in questi giorni, il nonno dei miei bambini. Eravamo insieme al ristorante e mio figlio, ha avuto bisogno del bagno, ed essendo un ambiente nuovo sono dovuta restare lì a fargli compagnia… Non era il  massimo della poesia, e allora ho inventato una storia. C’era il rubinetto del lavandino che perdeva e io ho immaginato questo:

C’era una volta una piccola goccia che usciva da un rubinetto che perdeva, se ne stava lì attaccata e non andava né su né giù. Non si divertiva e non era per niente soddisfatta di quella posizione “Vorrei uscire da qui, conoscere terre nuove e trovare un posto meraviglioso dove poter stare e vivere felice”.
Mentre era lì che rifletteva arrivò davanti alla finestra la Fata del Vento. La minuscola Fata del Vento viaggiava nel cielo sopra un minuscolo cocchio trainato da una lumachina dorata che lasciava una minuscola scia di polvere dorata là dove lei passava. La lumachina aveva fiutato un desiderio da esaudire, le lumachine dorate possono riconoscere i desideri nell’aria anche se si trovano molto distanti.
La goccia quando la vide la chiamò subito: “Fata del Vento ti prego, puoi aiutarmi? Voglio uscire da qui e andare a conoscere terre nuove e trovare un posto meraviglioso dove poter stare e vivere felice”.
La Fata rispose: “Posso trasportarti con il mio soffio e lasciarti dove tu desideri”.
Allora la goccia salutò il rubinetto e si preparò a partire.
Un soffio leggero, ma continuo la trasportò fuori dalla finestra e oltre, sopra i tetti e le strade. La goccia guardava giù, vide un largo prato verde e se ne innamorò.
“Qui!”, esclamò, “Qui andrà bene!”
La Fata la depose su un filo d’erba accanto a una goccia di rugiada proprio mentre passava di lì una coccinella.
“Grazie Fata del Vento!”, salutò cortesemente la goccia, ma la Fata era già ripartita, trainata dalla lumachina attratta da nuovi desideri che affioravano qua e là. Trascorse dei giorni felici la goccia immersa in quel verde di cui si beava, ma piano piano ci si abituò e cominciò a desiderare nuovi colori e nuove terre.
Arrivò allora la Fata del Sole, che la sua lumachina dorata aveva sentito il desiderio e si avvicinò al filo d’erba dove la goccia si trovava.
“Fata del Sole”, subito si fece avanti la piccolina, “Puoi aiutarmi? Desidero tanto trovare un posto meraviglioso dove poter stare e vivere felice”.
La Fata del Sole rispose: “Posso trasportarti in cielo col mio calore e farti arrivare fino a una nuvola”.
“Va bene”, rispose la goccia e salutati il filo d’erba e la coccinella si preparò a partire.
Un calore tenue ma continuo la rese leggera leggera e così iniziò a salire e si ritrovò in mezzo a una nuvola, insieme a milioni di gocce uguali a lei.
“Grazie Fata del Sole”, salutò cortesemente, ma anche lei era già volata via.
Adesso vedeva tutte le sfumature dal bianco, al grigio fino al nero di tutte le nuvole che incontrava e ne restò affascinata.
Ma dopo un po’ di tempo anche questi colori cominciarono a sembrarle sempre gli stessi e cominciò a desiderarne ancora di nuovi e nuove terre.
Allora lo vide, il posto meraviglioso dove poter stare e vivere felice e desiderò con tutta se stessa di raggiungerlo.
Subito arrivò la Fata della pioggia e la goccia subito le chiese se poteva aiutarla ad arrivarci. La Fata poteva trasportarla con la pioggia, ma non sarebbe stato sufficiente. Il suo desiderio era però così ardente che lo sentirono anche le lumachine della Fata del Vento e della Fata del Sole che giunsero lì sulla nuvola.
La Fata della Pioggia fece piovere la piccola goccia, la Fata del Vento la trasportò col suo soffio fino all’orizzonte e la Fata del Sole la sollevò e la fece risplendere col suo calore e così la piccolina si ritrovò nel luogo che aveva visto: una miriade di colori che tante piccole gocce come lei creavano stagliandosi contro l’azzurro del cielo.
La goccia si sentì finalmente a casa e quando si girò per ringraziare le sue amiche fate vide che tutte e tre si inchinavano a salutare il grande Padre Arcobaleno.
Ed è lì che lei si trova ora e vive felice e anche tu potrai vederla e gioire insieme a lei ogni volta che davanti a te incontrerai il grande arco colorato dell’arcobaleno.

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