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Posts Tagged ‘Gibran’

E così ieri mattina mia figlia è partita e ieri sera alle 19.05 ho ricevuto il suo messaggio che era atterrata all’aereoporto. Sono triste e ovviamente contenta per lei. Ma tutto mi viene amplificato dalla tragedia a cui ho assistito della morte di questo ragazzo. Così penso che io sabato la riavrò qui mentre la mia amica cosa aspetterà? E mi sento in colpa per la nostalgia e ansia per la mia ragazza. Come paragonarla alla sua? E mi sembra tutto nero. Da quando sono mamma non ero mai stata toccata da un evento così intenso e drammatico, e se non mi sento bloccata, mi sento però in colpa ad andare avanti. E’ giusto tentare di essere felici, contenti, sereni? Dobbiamo dimenticare, dimenticarlo? Eppure so che nella vita bisogna proseguire, andare oltre. E so che non significa dimenticare, ma dare un senso più ampio a quello che si vive, imparare ad essere umili, sapere ancora una volta che siamo piccole e finite creature, e che Lui, l’Infinito, il Creatore, non ci giudica, ci aspetta, ci accoglie, accoglie le nostre lacrime nel mare infinito della sua comprensione. Lui sa della Vita, Lui sa della Morte, noi dobbiamo ricordarci chi siamo. E allora cercherò di aspettare triste, perchè non posso non essere triste. Ma cercherò anche di essere serena, nell’attesa del ritorno mia figlia e della luce dentro di me, fiduciosa che arriverà.
“Se poteste mantenere in cuore tutta la meraviglia per il prodigio quotidiano della vita,
anche il dolore non vi sembrerebbe meno stupefacente che la gioia;
E accogliereste le stagioni del cuore come avete sempre accolto le stagioni che passano sui vostri campi.
E vegliereste sereni nell’inverno della vostra sofferenza.”(Gibran, Il profeta)

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Non credevo di essere bugiarda, ma un po’ devo ammettere che lo sono. Poco meno di una settimana fa ho scritto che voglio essere felice. Povera me, non sapevo a cosa stavo andando incontro. Può un uomo che ami e con cui stai insieme da quasi vent’anni riuscire a sorprenderti completamente, con un regalo che anche senza ammetterlo aspettavi dentro di te da sempre? Mio marito, solitario e possessivo, che sopporta e rispetta, ma certo non sostiene il mio continuo aprirmi ad altre persone ed interessi, lui che sta bene “per conto suo” e per cui spesso è già tanto se sta con me e con i nostri figli che solo il suo grande amore per noi glielo rende possibile, lui, mi ha organizzato una festa a sorpresa. Lui che è geloso delle mia amiche, le ha chiamate di nascosto da me, lui si è continuamente sentito e coordinato con le persone a me più care, quelle che mi conoscono nel profondo e che mi vogliono bene, ha organizzato con loro una cena in mio onore, dove tutti emozionati mi aspettavano, mentre io credevo di trascorrere, come lui predilige, una serata romatica solo noi due. E sono entrata nel bar ristorante sotto casa pensando di prendere un aperitivo e ricevere gli auguri del barista suo amico prima di andare e invece mi sono trovata tutti lì che mi aspettavano. Con la musica di un amico carissimo che suonava, con due ballerini, amici, che si esibivano in un tango, ricevendo i fiori, che sembravo una sposa, da un’altra amica che mio marito aveva cercato per me, con i regali di tutte quelle persone che riempono le caselline più preziose dentro il mio cuore, gli affetti quelli veri, invitati che mi facevano gli auguri di cui io sono orgogliosa di essere amica. E poi i miei figli, le mie nipoti e i figli degli amici, altri figli. Tutti lì per me. Lui li aveva chiamati per me. Lui con quell’espressione sul viso. Per riempire il mio cuore di un’emozione e commozione così grandi che non ho saputo dove metterle. Così inondata da tanta felicità che ne ho avuto paura, non sapevo come accoglierla, non sono mica così brava a vivere la gioia, a ricevere così tanto. E a distanza di giorni non mi sono ancora ripresa. Piango e piango di felicità.
“Andate nei vostri campi e giardini,
e imparerete che il piacere dell’ape è raccogliere il nettare del fiore,
e che il piacere del fiore è conceder all’ape il suo nettare.
Poichè il fiore per l’ape è una fonte di vita,
e l’ape per il fiore è una messaggera d’amore.
E per l’ape e per il fiore donarsi e ricevere piacere è a un tempo necessità ed estasi.
Popolo di Orfalese, nel piacere siate come le api e come i fiori.
(Gibran, Il profeta)

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Quest’anno per la festa del papà la cosa migliore che io possa fare, come mamma, è farmi da parte, una volta tanto. Sì perchè dietro a tutte le mie parole, pensieri, storie ed emozioni c’è un’abbondanza di presenza che non aiuta mio figlio di quasi dieci anni nel suo rapporto col padre, che già per lavoro è molto meno presente di me. Con mia figlia non ci sono problemi, loro hanno un rapporto strettissimo con nessuno in mezzo, ma lui è un maschio, o forse il secondo, il mio piccolino, un altro carattere, non so, comunque tutta un’altra faccenda. Queste ultime settimane poi, che dovevano recuperare molti sabati e domenica divisi da compleanni e ricerche prima e dal fine settimana in montagna di mio marito poi, ci sono stati fuoco e fiamme. Perchè poi sono uguali, due teste dure, che non mollano e manifestano il loro affetto e il bisogno reciproco l’uno dell’altro solo arrabbiandosi. Io li vedo soffrire e incaponirsi nelle loro sfide e me ne sto, almeno ci provo, in disparte, esco, ho da fare, o almeno sto in silenzio. Non mi è facile, controllante come sono, non mi è facile, con le tante idee che mi vengono a riguardo, non mi è facile con le soluzioni ovvie che dall’esterno, come sempre succede, mi sembrano più che ovvie. Ma che mi piaccia o meno, che mi riesca o meno, loro devono volersi bene a modo loro e non a modo mio. Lo devo lasciare andare al suo mondo, al suo modo, maschile, che non è il mio. Anche questo è “essere arco da cui i figli le vostre frecce vive, vengono scoccate lontano (Gibran)” , un figlio maschio va ancora un po’ più lontano di una figlia femmina, almeno per me. Sto imparando a lasciare al padre il suo spazio, che faccia il suo mestiere, sto imparando a scoccarlo via, il mio bambino, il mio piccolino, lontano da me, libero di essere se stesso.
Ahi, che male, però.

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Siamo in partenza per Torino, il pomeriggio su moda e bellezza mi attende, ispiriamoci al solito insuperabile, Gibran.

“La bellezza non è un bisogno, ma un’estasi.
Non è una bocca assetata né una mano vuota protesa,
È piuttosto un cuore infiammato e un’anima incantata.
Non è l’immagine che vorreste vedere, e non è il canto che vorreste udire,
È piuttosto un’immagine che vedete pur tenendo chiusi i vostri occhi, è un canto che udite con le orecchie tappate.
Non è la linfa nel solco della corteccia, né un’ala congiunta ad un artiglio.
È piuttosto un giardino sempre fiorito, e uno stormo di angeli eternamente in volo.
Popolo d’Orfalese, la bellezza è la vita quando la vita svela il suo sacro volto.
Ma voi siete la vita e voi siete il velo.
La bellezza è l’eternità che si contempla in uno specchio.
Ma voi siete l’eternità e voi siete lo specchio.”  (Gibran, Il profeta)

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Quando anche tua figlia ti chiede come sono le previsioni del tempo, capisci che veramente questa primavera e il sole sono ormai al centro dei cuori di ognuno di noi come un diritto e un bisogno negato.
“Se poteste mantenere in cuore tutta la meraviglia per il prodigio quotidiano della vita,
anche il dolore non vi sembrerebbe meno stupefacente che la gioia;
E accogliereste le stagioni del cuore come avete sempre accolto le stagioni che passano sui vostri campi.
E vegliereste sereni nell’inverno della vostra sofferenza.”(Gibran)
Non sono stata neanche capace di accettare un po’ (tanta) di pioggia!
Saprò ora accogliere il sole e la meraviglia del cielo finalmente azzurro?
Facciamoci aiutare dal nostro cuore bambino, lui sa come si fa.

E allora buttiamoci!
Lo stomaco mi tremava e mi si contorceva quella mattina.
Tra poco avrei iniziato il corso di nuoto!
La piscina piena piena fino all’orlo in mezzo ai palazzi sembrava quasi una fondamenta rimasta vuota che il cielo con la sua pioggia e il suo azzurro aveva riempito.
E io presto mi ci sarei immersa e avrei imparato a muovermici.
Sarei stata come l’ombra, l’immagine riflessa delle rondini che volavano sopra di me.
Avrei anch’io imparato a planare come loro e a riprendere quota nell’acqua fresca, azzurra dell’azzurro del loro cielo.
Finalmente sarei stata come loro e come il delfino che però non avevo mai visto in mare, solo in TV.
Avrei anch’io prodotto schiuma e sbuffi e una scia come le navi dietro le quali loro nuotano.
Questa storia della scia mi sembrava incredibile e mi affascinava. Quante volte mi ero divertita col dito a rompere l’invisibile pellicola della pozzanghera, o del lavandino pieno, perfino del bicchiere e poi la mamma mi sgridava.
In mare non si poteva avere questa sensazione, anche quando è calmo, non sta mai fermo e tu non rompi niente.
Ma nell’acqua della piscina era diverso. Lei era lì immobile che mi aspettava, con la sua superficie a specchio, luccicante e abbagliante del riflesso del sole.
“Allora piccolina, sei pronta?” mi chiese l’istruttore.
Un minuto dopo ero già in acqua, rondine, delfino, dito nel bicchiere, felice.
(dedicata a Michela, e ai bambini fortunati che istruisce)

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Ho sempre letto questo brano nei momenti buoni, con aria di compiacenza per gli zoppi, le tartarughe, i pigri e i bighelloni.
Non avevo mai provato a leggerlo, come oggi, con lo stomaco che mi si contorce perchè è uno di quei giorni difficili dove ti sembra di annaspare e hai la brutta sensazione, come l’acqua piatta, che non ti smuoverai di un centimetro.
E’ stata una buona cosa, una consolazione e una lezione di umiltà.
Tenetelo, se volete, per uno di quei giorni.

“E uno degli anziani della città disse: Parlaci del Bene e del Male.

Ed egli rispose:

Del bene che è in voi, posso parlare, ma non del male.

Perché cos’è il male se non il bene tormentato dalla fame e dalla sete?

Quando il bene è affamato cerca cibo nella più nera caverna,

e quando è assetato beve anche acqua morta.

Voi siete buoni quando siete in unione con voi stessi.

Ma anche quando non siete in unione con voi stessi, voi non siete cattivi.

Perché una casa divisa non è un covo di ladri; è soltanto una casa divisa.

E una nave senza timone può vagare alla deriva in mezzo ad isole pericolose senza colare a fondo.

Voi siete buoni quando vi adoperate per dare qualcosa di voi stessi.

Ma non siete cattivi se cercate profitto per voi stessi.

Perché quando cercate il profitto,

voi siete come una radice che si aggrappa alla terra e succhia il suo seno.

Il frutto non può dire alla radice: “Sii come me, maturo e pieno, e pronto a dare la tua ricchezza”.

Perché donare è necessario al frutto, come per la radice è necessario ricevere.

Voi siete buoni quando siete pienamente coscienti di quello che dite.

Ma non siete cattivi quando dormite, e la lingua farfuglia senza ragione.

Anche un discorso che incespica può rafforzare una debole lingua.

Siete buoni, quando vi indirizzate alla meta fermamente e con passo gagliardo.

Ma non siete cattivi se vi andate zoppicando.

Anche chi zoppica non cammina a ritroso.

Ma voi che siete forti e veloci, non zoppicate davanti allo zoppo, credendo d’esser cortesi.

Voi siete buoni in infiniti modi, ma non siete cattivi quando non siete buoni.

Siete solo pigri e bighelloni.

È un peccato che il cervo non possa insegnare alla tartaruga a diventare veloce.

La vostra bontà è nel desiderio del gigante ch’è in voi; e quel desiderio è in ciascuno di voi.

Ma in alcuni è un torrente che scorre impetuoso verso il mare,

trasportando i segreti dei pendii delle colline, e i canti della foresta;

In altri è un’acqua piatta che si perde in angoli e curve e indugia a lungo prima di raggiungere la spiaggia.

Ma chi desidera molto non dica a chi desidera poco: “Per quale ragione sei così lento ed esitante?”.

Perché chi è buono davvero non chiede al nudo: “Dov’è il tuo vestito?”

né al senzatetto: “Che cosa è accaduto alla tua casa?”.(Gibran)

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Certo da figlia, pronta a conquistare il mondo, mi faceva un’altro effetto che ora da mamma, ma non si può ignorare..

“E una donna che reggeva un bambino al seno disse:
Parlaci dei Figli.
E lui disse:
I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della fame che ha in sé stessa la vita.
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,
e benché vivano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro il vostro amore ma non i vostri pensieri
poiché essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:
poiché le loro anime abitano la casa del domani, che voi non potete visitare, neppure in sogno.
Potete tentare di essere simili a loro,
ma non cercate di renderli simili a voi:
perché la vita non procede a ritroso e non s’attarda sul passato.
Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive, sono scoccate in avanti.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell’Arciere;
poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell’arco.”

Il Profeta, GIBRAN

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