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Archive for ottobre 2010

Anche se purtroppo son passati i giorni e un po’ forse l’ho dimenticata, ecco qua la storia del secondo laboratorio a Colla Val d’Elsa in Biblioteca.
Alcune persone erano nuove, altre al secondo incontro, come la bambina, e non è la prima volta che capita, che ha voluto ripetere il suo personaggio e ha fatto di nuovo il pesce-palla, anche se alla fine è stata trasformata in damigella e regina, niente meno che moglie del magnifico re Artù, un bambino di sei anni, mentre una mamma strega Pasticciona aveva la figlia di quattro a un altro bambino di sei al suo seguito. Un’altra mamma ha voluto fare una sedia magica e che dire di quel simpatico orsetto? Lei è l’altra operatrice, ma dentro e fuori della storia mi sa che è quella che si è divertita più di tutti, non ha voluto neanche fare la damigella per continuare ad andarsene in giro a saltellare..

L’orsetto ballerino
Un piccolo pesce-palla si ritrovò un giorno a nuotare vicino a un pescecane che senza tanti complimenti lo vide, lo raggiunse e se lo mangiò in un sol boccone, si mise a galleggiare nelle acque basse vicino alla riva per digerire, come il lupo di Cappuccetto nel letto della nonna. Al pesce-palla, che era ancora vivo perchè il pescecane se l’era mangiato intero, non rimase che gridare -Aiuto! Aiuto! Aiuto!-sperando che qualcuno lo sentisse.
Ed ebbe proprio fortuna perchè proprio in quel momento passava lì a farsi un passeggiatina sulla riva un orsetto che si avvicinò saltellando e che sentì subito quella vocina senza capire da dove venisse, ma se diceva aiuto andava certo ascoltata.
-Chi sei?- chiese dunque l’orsetto.
-Sono un pesce-palla, sono dentro la pancia di un pescecane che mi ha mangiato, liberami, per favore!- rispose il piccolino.
Ma l’orsetto non aveva idea di come fare per liberare il pesce e così pensò di andare a chiedere aiuto.
-Torno presto, vado a cercare aiuto!- gli disse e si allontanò.
Se ne corse dalla strega Pasticciona, una strega sua amica che viveva nel suo stesso bosco insieme ai suoi due aiutanti, due simpatici maghetti apprendisti. Nonostante il nome la strega era abbastanza brava, quando non combinava appunto qualche pasticcio e poi era sua amica, certo lo avrebbe aiutato.
-Liberare dalla pancia di un pescecane, so come si fa!- esclamò la strega Pasticciona, -ma occorrono alcuni ingredienti: la spada di re Artù e una sedia magica.
Il bravo orsetto senza pensarci due volte se ne partì subito alla volta di Camelot, il castello di re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda e facendosi accogliere a corte riuscì a presentarsi davanti al re.
Re Artù però non ero certo disposto a cedere la sua spada, ma neanche il tipo da lasciare qualcuno in pericolo, così si fece accompagnare dall’orsetto fino all’antro della strega Pasticciona per aiutare lui stesso il piccolo pesce-palla. La strega nel frattempo aveva trovato anche la sedia magica, lei se ne intendeva di queste cose e sapeva dove andare a cercare, e potè preparare un filtro, grazie anche alla spada del re che serviva per miscelare gli ingredienti, che andava versato sopra il pescecane, il pesce-palla sarebbe stato immediatamente liberato. Per arrivare fino al pescecane, in mezzo al mare, la strega trasformò la sedia magica in un piccolo vascello, pronto a navigare, ma re Artù, che teneva in mano il filtro da versare sul grosso pescecane, non aveva idea di come fare per governare la piccola imbarcazione in mezzo alle onde. Ma con la strega Pasticciona non c’era nessun problema, prese l’orsetto e lo trasformò in Braccio di Ferro, il famoso marinaio che salì subito sul vascello e così i due eroi partirono.
Il pescecane si era allontanato, ma il piccolo pesce-palla continuava a gridare aiuto a più non posso e così ben presto lo raggiunsero, re Artù verso il filtro e subito il pesce-palla si ritrovò a nuotare libero mentre quel grosso mangione rimase come tramortito.
Il vascello si avviò allora verso la riva con il piccolo pesce che guizzava felice qua e là, quando si alzò un forte vento e si scatenò una tremenda tempesta. Per fortuna Braccio di Ferro sapeva il fatto suo e riuscì così a riportare re Artù a riva sano e salvo. Il pesce-palla non volle separarsi dalla compagnia dei suoi salvatori e così fu portato dentro una grossa vasca fino a Camelot dove venne messo sul fossato che circondava il castello. Anche la strega Pasticciona fu invitata con i suoi aiutanti alla grande festa organizzata per il ritorno del re a corte e la sedia magica-vascello fu trasformata, con sua grande soddisfazione, dalla strega in un nuovo e favoloso trono per Artù.
Il re propose allora all’orsetto-Braccio di Ferro di farsi trasformare in damigella dalla strega e di diventare così la sua sposa e la sua regina. Ma una volta trasformato l’orsetto non è che si trovò molto soddisfatto nelle vesti di fanciulla, preferiva tornare a saltellare per il suo bosco e poichè non è che fosse diventato una gran bellezza anche il re ne fu lieto e la strega lo ritrasformò in orsetto. A quel punto la strega Pasticciona, con molta saggezza, trasformò in fanciulla il piccolo pesce-palla che diventò una fanciulla così bella e aggraziata da ricordare una sirena.
La corte, finalmente soddisfatta, si avviò in corteo verso la sala del ballo, il re e la fanciulla-pesce-palla in testa, la strega Pasticciona con gli aiutanti al seguito e a chiudere saltellando, proprio come un orso ballerino, il simpatico e generoso orsetto.

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Sono stata così preoccupata di partire, una settimana fa, di lasciare per la prima volta i miei figli senza di me, che non ho pensato alle mie reazioni al momento del rientro. Solo ora, a distanza di giorni, mi sembra di aver compreso un po’ del perchè non sono stata serena, non è stata quella scena idilliaca che mi aspettavo.
E’ strano ma ero ambivalente, da una parte  non ero mica contenta di tornare a casa, stavo proprio bene dov’ero. Ma ero contenta per i miei figli,  perchè immaginavo che avessero loro nostalgia di me. E poi avevo come paura di non essere riconosciuta in questa nuova me, di perderli e di perdermeli. Paura, senso di colpa, nostalgia, disorientamento, insomma  un bel guazzabuglio di emozioni e sentimenti. Capita, quando sei in famiglia, quando si vuol bene.
Ora va meglio, domani ho il mio primo laboratorio a tema sul riciclaggio e un’altro dopodomani.
A volte a pezzi divisi, a volte tutta intera, vado avanti.

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Quando giovedì pomeriggio mi sono trovata a presentare il mio laboratorio nella biblioteca per ragazzi di Iglesias, sono arrivata a contare 39 persone tra genitori e bambini, a quel punto ho smesso di contare, mentre qualcun altro ancora stava entrando. Che dirvi? Quando ci sono i bambini non riesco proprio ad agitarmi, ho seguito la corrente in quel mare agitato di vita, in mezzo al quale ho navigato entusiasta e commossa.
La prima storia ha preso forma con uno stuolo di piccoli della materna che hanno voluto, dopo il primo che l’ha detto, anche loro fare la moto magica, meno l’ultimo che faceva invece magica sì, ma una piccola automobile. Il mo amico ha fatto Barbanera, mentre la sua figlia maggiore, innamorata di Ariel, è stata una titubante sirenetta. Poi avevamo una piccolissima strega Nocciola con gufo mamma al seguito, una delle tante mamme e babbi fantastici che ho incontrato.
La storia la dedico alle figlie del mio amico, alla sirenetta e alla sua vivacissima sorellina, che hanno svolto per me in quei giorni con la loro spontaneità e allegria il ruolo di figlie supplenti, compresi baci e abbracci.

“Nel bosco magico

In mezzo ad un bosco una mattina all’alba un piccolo gufo se ne svolazzava in mezzo agli alberi. Era un gufo qualsiasi? Macchè! Si trattava di un gufo magico, niente meno che l’aiutante della famosa strega Nocciola che viveva all’estremità del bosco e che trovava questo luogo troppo verde e luminoso, colorato e profumato, ma d’altronde lì era casa sua. Il gufo svolazzando qua e là ad un certo punto vide qualcosa muoversi tra gli alberi, guizzare veloce e via. Dopo poco, ecco di nuovo il guizzo e via.  Guarda che ti riguarda, il gufo capì di cosa si trattava: minuscole e coloratissime moto se ne scorrazzavano in mezzo agli alberi e anche una piccola macchina, che seguiva veloce gli altri. Ma la cosa davvero grave, si accorse il gufo, che aveva anche un nome, Ciccio, era che le moto e la piccola macchina lasciavano sul prato una scia di polvere luccicante che usciva dai tubi di scappamento che toccando il terreno si trasformava tutta in fiori colorati. Dovete sapere infatti che si trattava di moto e macchine magiche, le quali usano come carburante la polvere di stelle che invece che inquinare produce questo strano effetto là dove passa.
-Mamma mia- pensò Ciccio -cosa dirà strega Nocciola se vedrà tutti questi nuovi fiori e sentirà tutto il profumo con cui stanno riempiendo il bosco? Andrà su tutte le furie, devo volare subito ad avvertirla!- e se ne partì in tutta fretta.
Infatti strega Nocciola si arrabbiò che nemmeno, e senza perder tempo mandò subito Ciccio a chiamare il famigerato e cattivissimo pirata Barbanera perchè venisse subito a distruggere tutte quelle terribili moto e quella macchina che osavano riempire tutto di fiori.
Ciccio volò e volò e ben presto arrivò in vista del vascello pirata di Barbanera, spiegò in fretta chi lo mandava e perchè.
Ma per fortuna nei paraggi nuotava una simpatica sirenetta che si rese subito conto che Ciccio non era un gufo qualsiasi e così senza farsi vedere riuscì ad ascoltare tutte le sue parole e le richieste che fece al pirata.
Non c’era un minuto da perdere, la sirenetta mandò un messaggio ad un suo amico ranocchio. Perchè proprio a lui? Perchè anche questo non era un ranocchio qualsiasi, ma niente di meno che l’aiutante della fata dei sogni che viveva all’altro capo del bosco magico.
La fata non era per niente d’accordo con le opinioni della strega Nocciola su come doveva essere il luogo che dovevano condividere e infatti discutevano spesso e non erano per niente buone vicine.
Il ranocchio avvertì la fata: bisognava fare qualcosa per proteggere le piccole creature magiche che se ne scorrazzavano ignare in mezzo agli alberi. Dovete sapere che la fata dei sogni aveva sì una bacchetta magica, ma che in quel periodo funzionava a sprizzi e un po’ sì e un po’ no, chissà se sarebbe bastata per contrastare il cattivissimo pirata?
Con la bacchetta la fata provò una magia per rendere le moto e la piccola macchina invisibili, ma quella faceva un po’ sì e un po’ no e riuscì a farle scomparire solo per metà, così, anche se mezze sì e mezze no, le creature sarebbero state certo perfettamente visibile agli occhi di Barbanera, che già si sentiva avvicinare. Che fare?
Il ranocchio aiutante ebbe per fortuna un’idea, si ricordò che sua nonna gli aveva raccontato un giorno che il pirata aveva un solo punto debole, il ricordo della mamma che, quando era ancora un bambino e non ci pensava nemmeno a diventare pirata, gli cantava la ninna-nanna per farlo addormentare. Ma non sapeva, la nonna ranocchia, di quale ninna-nanna si trattasse. Comunque la fata e il suo aiutante cominciarono a cantare tutte le canzoncine per dormire che conoscevano, (beh, ne abbiamo cantata una sola..) sperando che in mezzo ci fosse stata anche quella giusta.
Ebbero fortuna o forse sarebbe andata bene una ninna-nanna qualsiasi, comunque, fatto sta che il cattivissimo pirata si fermò ad ascoltare e si dimenticò il motivo per cui era arrivato fin là. Dopo un po’ gli prese la commozione e cominciò ad avere gli occhi lucidi e a starnutire e insomma, lui che non era abituato a piangere e a commuoversi, pensò di essersi preso in quello strano bosco un raffreddore e senza pensarci su se ne tornò al suo vascello e si mise ben coperto nel suo letto.
Alla strega Nocciola non rimase che ammettere che per quella volta aveva perso la sfida e accettare i nuovi abitanti del bosco, con tutti quei loro fiori e profumi. Però, per consolarsi, volle prendere un tè con pasticcini e pretese che la fata dei sogni le facesse compagnia.
La fata non era certo entusiasta di un tè a base di acqua di fango bollente servita insieme ad occhi di drago caramellati e ossa di pipistrello zuccherati, ma, per amor di pace nel bosco magico, per le moto e la piccola macchina appena arrivati, a malincuore, accettò.”

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Negli anni dell’università, tra i legami che sempre si creano, ce n’era uno che aveva un carattere particolare per me. Lui stesso si è definito il mio bersaglio. Un compagno sardo, calmo e posato, con cui io ero la birichina, la dispettosa, lo punzecchiavo, lo usavo per sfogare la noia durante le lezioni o la tensione pre-esami. Era il nostro modo scherzoso e allegro di essere amici e di aiutarci, di lui mi fidavo.
Adesso ha un lavoro importante che svolge con autorevolezza e umiltà, l’ho percepito dai suoi racconti, ma anche dalle telefonate che durante il convegno lo hanno assillato, è venuto a prendermi all’aeroporto e ha organizzato per me un laboratorio, mi ha portato nella sua bella e grande casa dove con sua moglie, una persona schietta e disponibile, mi hanno ospitato facendomi sentire a casa mia, in famiglia.
Quella loro famiglia speciale di due persone che hanno adottato due bambine boliviane, guardandoli insieme il miracolo di essere genitori diventa ancora più facile da comprendere. Ed il mio vecchio bersaglio è ora un babbo dolce e paziente.
Avevo visto giusto.

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Domani mattina parto per il convegno, è tutto pronto, non resta che andare, non c’è tempo di raccontare nulla, tutte da vivere per ora le mie giornate, stento ad abituarmici, ma non posso fare diversamente ” ‘cause I’m leaving on a jet plane…”

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Ora arrivano i giorni più intensi, diciamo così, belli, emozionanti, eppure che mi spaventano. Lo so che parlarvi solo del mio lavoro può essere presuntuoso e magari anche un po’ noioso.
Eppure io stamattina mi sono svegliata col pensiero che giovedì parto per Cagliari.
Andrò dopo tanti anni ad un convegno di psicoterapeuti, mi ritroverò in mezzo a tante persone che hanno in comune con me questa cosa della psicoterapia, che non è solo un modo di lavorare, ma un modo di essere, un bisogno di aiutare gli altri perchè questo aiuta a star bene con se stessi. Come è per me quando invento le storie. E presenterò un poster, nella sessione poster appunto, sulle mie storie, sui laboratori, anche sul blog.
Prenderò un aereo, rivedrò un compagno di università che vive là, conoscerò la sua famiglia, farò prima un laboratorio ad Iglesias, starò di nuovo e dopo secoli in una situazione quasi di studentessa, potrò concentrarmi solo su quello che vivrò.
Prenderò l’aereo, dormirò per la prima volta da tredici anni a questa parte per tre notti da sola, conoscerò e incontrerò persone nuove, certo interessanti.
Eppure stamattina il primo vero pensiero, la prima immagine, la prima preoccupazione della settimana con cui mi sono svegliata, lo confesserò a voi prima che a me stessa: -come, come farò a salutare il mio bambino di otto anni senza commuovermi, senza mettermi a piangere?-

“E quando l’ora della partenza fu vicina:
-Ah!- disse la volpe, -… piangerò-.
-La colpa è tua-, disse il piccolo principe, -io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi… –
-È vero-, disse la volpe.
-Ma piangerai!- disse il piccolo principe.
-È certo-, disse la volpe.
-Ma allora che ci guadagni?-
-Ci guadagno-, disse la volpe, –il colore… del grano-.”
(Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupery)

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Sabato il secondo laboratorio, domenica una piccola presentazione con letture del mio libro alla fiera campionaria di Poggibonsi, sempre con Radiotre network, la radio che mi ha già intervistato. Il prossimo fine settimana lascio baracca e burattini e vado a Cagliari quattro giorni ad un convegno di psicoterapeuti, starò per la prima volta lontana dai miei figli, per la prima volta dormiremo in luoghi diversi. Ed il fine settimana successivo avrò un laboratorio sul riciclaggio, ma sempre con le storie, il venerdì alla biblioteca comunale di Monteriggioni e il sabato l’ultimo laboratorio a Colle.
Ma chi è questa?
Fin dai tempi del liceo ascolto la radio, la musica mi è indispensabile, insieme alla campagna per scrivere, ma anche per vivere e se ho preparato la maturità e ho svezzato i miei figli con il sottofondo di Radio Due, all’università ascoltavo Teleradiostereo, una radio locale di Roma che con canzoni dolci mi svegliava con la radio sveglia. Appena laureata e tornata a casa ascoltavo invece Radio Subasio, che si prende dappertutto, anche girando tanto in macchina e che la sera trasmette “Per un’ora d’amore”, canzoni italiane e romantiche, che mi aiutavano a sognare.
Mio marito è peggio di me e in casa abbiamo le casse in ogni stanza. Ora ascoltiamo R101, -una radio con musica da quarantenni- come dice lui, molta musica anni 80.
Però in questi giorni, in macchina, mentre giro come una trottola, mi sintonizzo spesso su Radio Subasio, mi sembra che mi dia un po’ di tregua, o forse per ricordarmi che, come allora, anche questa sono io.

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