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Archive for marzo 2012

Lo so che è ripreso da quello che ho scritto qui per una scorsa Pasqua, ma ascoltarlo oggi alla radio alla mia rubrica mi è molto piaciuto. In attesa che venga messo nel podcast ecco il testo e il link alla canzone.

In questi giorni inizia la Settimana  Santa, la Pasqua si avvicina. Spero di trovare un momento anche quest’anno per dare un senso a questi giorni con mio figlio, che tra pochi mesi farà la Prima Comunione. Lo scorso anno mi misi a guardare la Bibbia illustrata che abbiamo a casa e un altro libro che racconta l’ultima settimana della vita di Gesù per spiegargli i riti della Settimana Santa.
Io sono credente e praticante e anche da qualche anno di nuovo catechista, come facevo da ragazzina. Mi sono sentita di restituire un po’ di quello che io  nella mia crescita ho ricevuto in parrocchia, gli amici, le occasione di autonomia e di socializzare, le tante situazioni emozionanti che mi hanno fatto scoprire cosa provavo dentro di me e imparare a gestirlo, anche solo commuovendomi cantando Tu sei la mia vita o Fratello sole sorella luna. Per la fede lascio fare alla grazia di Dio, io cerco di raccontare più che altro, di far conoscere: la messa del giovedì santo che ricorda l’Ultima Cena con la lavanda dei piedi, la Via Crucis per ricordare la Passione che inizia con l’arresto nell’orto degli ulivi dopo il tradimento di Giuda per trenta denari, certe cose sono rimaste nei nostri modi di dire, ma senza la storia i nostri figli non possono comprenderle. Dopo il tradimento proseguo il racconto con l’arresto, il processo, la morte e sepoltura, le campane che non suoneranno per tre giorni, e anche questo spesso i nostri figli non se ne accorgono né ne sanno il motivo. Poi finalmente arriva la Pasqua che viene di domenica , sempre, perchè “il terzo giorno è risuscitato”  e non ha un giorno fisso nel calendario come il 25 per Natale e dipende invece dalla luna di marzo che ne definisce la data.
Certo nei miei figli l’attesa più grande rimane quella di poter aprire la sfilza di uova di cioccolata la domenica mattina, ma in realtà la curiosità parte con il voler comprendere il significato dell’olivo benedetto, da dove viene. E’ sempre bello scoprire insieme il senso di quello che per tradizione se non per fede viene vissuto nelle nostre chiese e nelle nostre famiglie in questi giorni.
Insieme al messaggio religioso, che certo svilupperà a modo suo crescendo anche con tanti altri stimoli ed esperienze, resta il fatto di poter comprendere il senso storico e tradizionale, oltre che religioso di quello che facciamo. E soprattutto imparare e rendersi conto che ciò che noi facciamo è legato ad un passato, imparare le nostre usanze e come sono legate alla nostra  storia, si arriva fino a Mosè, all’agnello e alla Pasqua ebraica, alla fuga dalla schiavitù d’Egitto e dal Faraone, per scoprire che siamo parte di un qualcosa che è iniziato molto prima di noi e di cui noi siamo un anello, che facciamo parte di un’unica catena.
Molti riti familiari nei giorni delle feste, inclusa la Pasqua ebraica,  partono e partivano dalla richiesta di un bambino al più anziano della famiglia di sapere cosa significasse quello che si celebrava.
Nel mio ragazzo, con i nostri libri colorati in mano, citando film a cartoni o avvenimenti della nostra vita, anche con mia figlia che come sempre senza darlo a vedere ascolta, sento che a modo mio, senza pretese, porto avanti una tradizione antica come il nostro vivere sulla terra, quella di ricordare che per comprendere quello che siamo noi oggi, dobbiamo anche guardare da dove veniamo e sapere che ciò che abbiamo proviene anche dai sacrifici e dalle conquiste che molti hanno compiuto prima di noi ed  imparare ad esserne grati.
Superstar 

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Vado a prendere mio figlio a scuola, ieri niente pulmino, vedo una delle sue compagne, con cui è anche molto amico e io della mamma, che piange circondata dal nonno, le maestre, insomma sembrava una cosa seria. Lui era lì accanto alla maestre, allora, prima di salutarlo mi fermo dalla bambina e le chiedo che cosa sia successo. Mi risponde, tra le lacrime, che mio figlio le ha dato una spinta e ha battuto un ginocchio e si è fatta male. Mi cascano le braccia. Lui è lì, a capo chino, zitto. Chiedo allora alla bambina se lui lo ha fatto apposta e lei, con grande dolcezza e generosità, sempre piangendo, mi dice che lui stava giocando, non voleva farle del male. Non so se con un altro compagno lo avrebbe fatto, è molto legata a mio figlio e lui a lei, si vogliono bene e si sentiva dal suo racconto. Forse è stato questo, forse il mio sincero dispiacere, quello della maestra, fatto sta che mio figlio dopo averle chiesto scusa, lui, il granitico, quello che piange spesso per rabbia, ma mai per mortificazione, quello che ho visto fin da molto piccolo, dopo aver discusso con madre, padre e sorella e sentirsi tutti contro, rifiutarsi comunque di farsi abbracciare e inghiottire a vuoto, non mollare mai, lui, davanti alla generosità della sua amica che lo proteggeva dalle punizioni in mezzo alle lacrime, ha ceduto. Si è commosso, era davvero dispiaciuto e anch’io. Così mentre il nonno brontolava e la maestra si sentiva anche lei un po’ responsabile, lui era disposto persino, sotto mia proposta, a darle un bacino per scusarsi. Lei però si è rifiutata, a dieci anni certi meccanismi funzionano così, ma ha sorriso accettando il suo sincero dolore. Poi siamo saliti in macchina, lui era affranto, dove mettere tutto questo fardello di emozioni? Non volevo che gli pesasse come un macigno, ma che lo trasformasse in qualcosa di positivo e di costruttivo, che ponesse l’accento sull’affetto dietro alla tristezza. Così gli ho detto che non lo avrei punito, ma che doveva fare qualcosa da portare oggi alla sua generosissima amica per farsi perdonare, decidendo lui che cosa. Ha preparato un bellissimo biglietto a forma di fumetto con un bambino che dice “Puoi perdonarmi?” Un biglietto tutto colorato, come i loro cuori puri di bambini.

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Giornate meravigliose di nuovo sole di primavera che ci invade, giornate lunghe di luce fino a tardi che dopo il grigio inverno sono da ieri iniziate. Eppure il mio cuore oggi sanguina, per problemi circoscritti, certo risolvibili, fatiche e delusioni che non andranno lontano, ma per le quali, nonostante mi senta in colpa visto tutte le occasioni di felicità che ho, soffro. Cerco di prenderla serenamente perchè so che il mio dolore “è la pozione amara con la quale il medico che è in voi guarisce il vostro male. Quindi confidate in lui e bevete il suo rimedio in serenità e in silenzio. Poiché la sua mano, benché pesante e rude, è retta dalla tenera mano dell’Invisibile, e la coppa che vi porge, nonostante bruci le vostre labbra, è stata fatta con la creta che il Vasaio ha bagnato con le sue lacrime sante.” (Gibran)
Un bisogno di costruirmi e ricostruirmi dentro mi assale e cerco conforto in Silvana (De Mari), in una delle sue storie che amo di più.

Una storia come tante

Venerdì 7 Aprile.

Eserciti di formiche girano per la mia casa. Si intersecano e si incrociano, formando geometrie di righe e puntini.

Quando manca la corrente, durante i temporali estivi, la televisione non funziona, e allora guardo loro, con il loro continuo movimento di puntini che si spostano e si intersecano. Portano via le briciole che mi cadono dal letto. Faccio un infinita attenzione a non schiacciarle quando mi alzo. Senza di loro, la mia solitudine sarebbe veramente infinita, come quella di un astronauta su un meteorite.

Mi alzo solo per andare in bagno e per prendermi le cose da mangiare in cucina. Questa casa è un oceano e questo letto è una zattera da cui oso abbandonare, come tutti i naufraghi, solo per lo stretto necessario. Cambiarmi la camicia da notte e le lenzuola non fa più parte dei bisogni primari da quando tre mesi fa la lavatrice ha smesso di funzionare.

Guardo il mondo attraverso la televisione. Le formiche e i biscotti del droghiere riempiono la mia vita. Non ho bisogno di niente altro. Accreditano la mia pensione direttamente alla banca. La banca paga le bollette e gli addebiti del droghiere. La drogheria mi manda la roba a casa; fanno le consegne al giovedì. Il garzone consegna la roba lasciandola davanti alla porta, così non dobbiamo incontrarci e non mi chiede perché compro roba per otto visto che qui ci vivo sola. Gli risponderei che vivo con le formiche. Siamo migliaia. Da quando ho superato i cento cinquanta chili non so più il mio peso perché la bilancia non va oltre; allora ho fatto rinforzare il fondo del mio letto. È stato tre anni fa. Da allora nessun altro oltre me e le formiche è entrato in questa stanza.

Come i Simpson e l’occidente postmoderno ho perso la decenza, ma conservo la mia innocenza. Oggi ci sono due episodi di dottor Hause. Prima della fine del mese ridaranno Guerre Stellari.

Sabato 8 Aprile.

Il televisore si è rotto. Guardo da due giorni linee grigiastre che tremolano come pozzanghere. Non avessi smesso di piangere venticinque anni fa credo che piangerei. Nemmeno

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“E’ primavera, svegliatevi bambine, alle cascine messer aprile fa il rubacuor!” ho svegliato i miei figli cantando stamattina perchè l’inizio di una nuova stagione, il trascorrere del tempo non va ignorato, ma festeggiato e apprezzato come fonte di gioia nella vita e nelle nostre giornate. Mia figlia ha guardato allora fuori, forse finalmente notando gli alberi fioriti e le gemme che stanno spuntando nel nostro noce, il nostro calendario. Con mio figlio invece la bella stagione era già iniziata e l’avevamo festeggiata il primo di marzo. Eravamo io e lui soli a pranzo ed era il primo giorno di sole pieno, non avevo proprio voglia di stare a casa, di cucinare, apparecchiare e sparecchiare. Allora ce ne siamo andati a mangiare fuori e abbiamo pranzato seduti ad un tavolo, certo hamburger e patatine, ma all’aria aperta e in pieno sole dopo tanti mesi. E siccome la primavera è la stagione dell’amore non c’è mancato neanche qualche piccolo bocciolo. Abbiamo incontrato, vicina di nostro tavolo, una bambina della stessa scuola di mio figlio, di un anno più piccola. Così mentre io e la mamma e il fratellino ce ne stavamo a crogiolarci ai primi raggi e al cielo azzurro, i due si sono punzecchiati per tutto il tempo che siamo rimasti, lui faceva il furbetto e lei gli teneva testa con molta civetteria, lui le rubava le cose e lei lo rincorreva, per poi farsi prendere di nuovo la lattina, il dolcetto. E poi si guardavano e si sfidavano e si prendevano in giro e si sorridevano, specie lei, con aria saputa, anche se, son sicura, inconsapevole. E’ stato bello vederli insieme, come si allenavano a corteggiare e farsi corteggiare, imparavano il loro modo di essere maschio e femmina, quell’amore che, fin da piccoli, si impara anche giocando. E sentirsi, come in questa mattinata soleggiata, primo giorno ufficiale di primavera, parte della vita che pulsa, che cresce, che scorre e ci accoglie nel suo grembo variopinto e odoroso, anche con piccoli gesti d’amore nascente perchè “messer aprile fa il rubacuor..”

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Quest’anno per la festa del papà la cosa migliore che io possa fare, come mamma, è farmi da parte, una volta tanto. Sì perchè dietro a tutte le mie parole, pensieri, storie ed emozioni c’è un’abbondanza di presenza che non aiuta mio figlio di quasi dieci anni nel suo rapporto col padre, che già per lavoro è molto meno presente di me. Con mia figlia non ci sono problemi, loro hanno un rapporto strettissimo con nessuno in mezzo, ma lui è un maschio, o forse il secondo, il mio piccolino, un altro carattere, non so, comunque tutta un’altra faccenda. Queste ultime settimane poi, che dovevano recuperare molti sabati e domenica divisi da compleanni e ricerche prima e dal fine settimana in montagna di mio marito poi, ci sono stati fuoco e fiamme. Perchè poi sono uguali, due teste dure, che non mollano e manifestano il loro affetto e il bisogno reciproco l’uno dell’altro solo arrabbiandosi. Io li vedo soffrire e incaponirsi nelle loro sfide e me ne sto, almeno ci provo, in disparte, esco, ho da fare, o almeno sto in silenzio. Non mi è facile, controllante come sono, non mi è facile, con le tante idee che mi vengono a riguardo, non mi è facile con le soluzioni ovvie che dall’esterno, come sempre succede, mi sembrano più che ovvie. Ma che mi piaccia o meno, che mi riesca o meno, loro devono volersi bene a modo loro e non a modo mio. Lo devo lasciare andare al suo mondo, al suo modo, maschile, che non è il mio. Anche questo è “essere arco da cui i figli le vostre frecce vive, vengono scoccate lontano (Gibran)” , un figlio maschio va ancora un po’ più lontano di una figlia femmina, almeno per me. Sto imparando a lasciare al padre il suo spazio, che faccia il suo mestiere, sto imparando a scoccarlo via, il mio bambino, il mio piccolino, lontano da me, libero di essere se stesso.
Ahi, che male, però.

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Aver partecipato alla presentazione del libro sulla violenza domestica mi ha fatto riflettere ancor più su quanto nell’educazione di mia figlia io mi senta in dovere di darle spunti e modelli nuovi sulla sua femminilità. Giorni fa, a pranzo a casa con una sua compagna di classe, tutte e due affermavano convinte che loro, non avendo il ragazzo, erano delle sfigate. secondo loro essere single, da sole, senza nessuno, significa trovarsi, e a quattordici anni!, in una condizione triste o comunque svantaggiata rispetto alle fortunate che invece hanno qualcuno. Concetto che considerano solo per le femmine, anche se certo non è che si pongano il problema di come si sentano i ragazzi. Certo mia figlia studia, pensa al suo futuro, ha molte amiche e anche amici, fa sport, legge, chatta, come ogni ragazza della sua età. E dice che a diciott’anni vuole andare a vivere per conto suo, non pensa al matrimonio come ad una carriera, ad un modo per sistemarsi come nei miei amati romanzi di Jane Austen che d’altronde sono ambientati all’inizio del milleottocento, quando davvero l’unica possibilità per una donna era il matrimonio. Però non può fare a meno di pensare che non avere il ragazzo è da sfigate. Non che le piacerebbe vivere una relazione, non che vorrebbe stare con qualche specifico ragazzo, non che le piacerebbe fare questo o quello se avesse un ragazzo, ma solo che così è un po’ peggio o un po’ meno di quelle che ce l’hanno, non si basta. Io allora le ho ricordato, ancora una volta, anche alla sua amica, la risposta che una ragazzina di diciassette anni, figlia di amici, ha dato alla madre che le chiedeva come mai le sue amiche avevano, prendevano e lasciavano vari fidanzati, mentre lei no. -Mamma, se loro si accontentano..-  -Ecco, le ho chiesto, siete sfigate o semplicemente, come lei,  non vi accontentate?-
E’ solo una sfumatura, ma forse no.

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Ieri ho conosciuto una bella persona, di quelle che dopo un’ora ti sembra di conoscere da un anno, con cui mi sono sentita subito in sintonia. E’ una giornalista Nicoletta Sipos, abbiamo condotto insieme la presentazione del suo libro Il buio oltre la porta, una storia vera che parla di violenza domestica, di un marito che massacra la moglie di botte, ci siamo trovate in un pomeriggio organizzato dall’Associazione Donna chiama donna di Siena con cui io collaboro. Parlare di mariti, compagni, fidanzati ed ex che uccidono, picchiano, perseguitano, violentano le proprie compagne non è stato uno scherzo. Eppure lo abbiamo fatto con calore, semplicità, abbiamo approfondito, riflettuto, portato dati. E ci siamo confrontate, abbiamo raccontato esperienze personali o di amiche, dubbi del nostro essere mamme, dolori del nostro vivere come mogli e figlie. C’erano le rappresentanti di tutte le istituzioni, abbiamo parlato di enti, finanziamenti, educazione, cultura. Non ci sono stati saluti ufficiali, non ci sono state presentazioni, ringraziamenti, autocelebrazioni. Nessun discorso incravattato, niente politichese, inquadramenti di schieramenti. Io poi mi sono divertita, sentita a mio agio, colpita e arricchita, ho imparato. Eravamo tutte donne. Non ho potuto fare a meno, alla fine, di pensare come sarebbe stato un incontro simile, su qualsiasi tema, fatto da soli uomini. Mi è venuto da sorridere. Il più grande errore, dispetto, torto che possiamo fare all’universo è rinunciare ad essere noi stesse.

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