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Archive for marzo 2011

Udite, udite! Ma sul serio, aprite le orecchie e ascoltate. Ecco la registrazione in rete delle puntate della mia rubrica alla radio. La voce non è delle migliori, l’interpretazione certo non delle più brillanti, ma d’altronde sono così, sono proprio io. Sono me stessa e sono in radio, un altro passo in avanti, un altro e intenso modo di esprimere i miei colori, di vergognarmi e nascondermi di meno e di espormi ed esprimermi di più. Prendetelo così questo mio pezzetto di umanità, di vita e di esperienza che mi è stata trasmessa e che condivido con voi, è una grande emozione quando sento la musica della sigla iniziare, mi sento una diva, una star, come da bambina sul palco alle recite della scuola, trepidante e felice.
E la pillola va giù.

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I bambini si sa sono il fiore della vita e io in questi fine settimana di inizio primavera tra laboratori il sabato, a proposito il prossimo sarà sabato 2 aprile al mattino in biblioteca a Colle Val d’Elsa, e catechismo la domenica mattina ne raccolgo grandi mazzi.
Ieri mattina con il mio nutrito gruppo di prima e seconda elementare ho avuto il piccolo fiore dell’orgoglio, un bambino mi ha mostrato tutto fiero la sua collanina d’oro lustra lustra con la medaglietta dell’angioletto e il ciondolino col primo dentino attaccato. Mi ha detto che alla fine dell’incontro durante il gioco, mi avrebbe dato la collana da tenergli perchè con quella non poteva correre. Ma pioveva e fuori non si poteva andare. Allora abbiamo giocato a telefono senza fili a squadre, due file di bimbi e io dicevo ai primi due la stessa parola, prendeva il punto la fila che diceva per prima la parola giusta, poi si scorreva e il primo diventava ultimo, così tutti ascoltavano e dicevano una volta la parola. Abbiamo fatto questa versione a squadre perchè si divertono molto di più a gareggiare e se c’è la  competizione. Poi però un altro dei miei fiorellini, un bambino simpatico ed esuberante ha cominciato a piangere e disperarsi quando la sua squadra ha iniziato a perdere, è esploso già al punteggio di “2 a zero”. Allora, lo abbiamo già fatto e anche questa volta ha funzionato, io gli dico che gli voglio bene lo stesso anche se perde, poi a turno tutti i bambini e tutte le bambine e anche l’altra catechista glielo ripetono, qualcuno gli dice addirittura che gli vuole “benissimo” anche se perde, così lui si calma e si può arrivare allegri e soddisfatti in fondo al gioco.
Per la prossima settimana ho dato un compito da fare. Parlavamo di come si fa ad ascoltare la voce di Dio, -col cuore!- subito hanno risposto. Io ho aggiunto che si può fare anche con gli occhi, ogni volta che riusciamo a guardare e vedere i doni che continuamente Dio ci fa nella nostra vita. Allora ognuno di loro dovrà fare un disegno durante la settimana su uno dei tanti doni che ricevono da Dio, la loro casa, un giocattolo, la mamma, un amico, il ritorno delle rondini e la primavera.
Un altro dei miei fiorellini, una bambina vivace e brillante, che mi ha informato che la prossima domenica arriverà con gli occhiali nuovi, dopo aver guardato il cuginetto, anche lui a catechismo con noi, di un anno più grande e a cui è legatissima, ha deciso che metterà lui nel suo disegno, -E’ lui-, mi ha detto, -il mio dono di Dio.-
Così il mio cuore si riempe dei colori e del profumo dei fiori della vita. Magari farò anche io per domenica un disegno con tutti loro.

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Non so come non mi sia venuto in mente fino ad ora di parlare in questa mia piccola rubrica di Fabio Bonifacci e dei suoi film. Non si tratta di un regista, bensì di uno sceneggiatore che ha scritto alcune delle commedie che più mi sono piaciute, più intelligenti e interessanti tra quelle che io ho visto in questi ultimi anni. Ha anche un sito internet, un blog e un corso di scrittura in rete con cui mi sono sentita, io generalmente allergica a metter regole al mio scrivere, profondamente compresa. Sicuramente il film che più è piaciuto in casa nostra tra le sue sceneggiature è Lezioni di cioccolato. Un film leggero e divertente, eppure che insegna nello stesso tempo cose davvero profonde e importanti. La storia riguarda un egiziano e un italiano e sul rispetto e la conoscenza reciproca tra immigrati e italiani, tra la diversità vissuta come minaccia o come arricchimento e risorsa ne ha da dire molto di più di qualsiasi bel discorso o trattato e soprattutto raccontando di fatti che potrebbero accadere o forse accadono sotto i nostri occhi distratti tutti i giorni. E a noi che siamo continuamente in contatto tra cellulari e internet il protagonista straniero che impone la sua ritualità nel telefonare ci ricorda che quello che spesso si trova dietro ad un’educazione che sembra antica e fuori moda, può essere invece un’attenzione alle persone, ai valori, ai sentimenti che con la nostra fretta e disinvoltura moderna forse abbiamo perso per strada. In questi giorni di guerra, immigrati e rivoluzioni di popoli vicini e lontani a noi, questo film mi è ancora più caro, perchè ricorda che oltre alla paura, agli stereotipi e alla supeficialità, se per forza o per amore andiamo oltre, possiamo trovare tesori inaspettati.

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E’ difficile fare gli auguri di primavera, gioire per le prime rondini che stanno tornando dal nordafrica, quando ben altro sta solcando quei cieli. E se le prime con la loro delicatezza, la loro leggerezza e la commozione che la natura ci sa offrire ci ricordano che la vita prosegue e rifiorisce in questa nostra terra, i voli dei caccia ci confermano di quanto siamo ancora indietro e lontani da quell’armonia che la natura sa creare e di cui proprio non siamo capaci di fare parte. Se tutto quello che le nazioni, anche quando si uniscono in maniera diplomatica e in organi sovranazionali, tutto quello che sanno trovare come soluzione è un atto di guerra e distruzione, significa che le rondini volano davvero lontano e molto, troppo più in alto di noi. Guardarle con nostalgia e umiltà in questo inizio di primavera è forse poca cosa e poca consolazione, ma insieme al dramma della guerra in cui ci troviamo coinvolti da spiegare ai miei figli, guardando come e dove siamo è ricordarmi e ricordargli dove e come dovremmo essere e continuare a sperarci e continuare a puntarci.

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In questa settimana mio figlio, come la maggior parte dei bambini, ha imparato, tutto contento e di nascosto, la sua poesia per la festa del papà e con mia grande tenerezza lo vedo finalmente sempre più avvicinarsi al suo grande amore, quell’uomo spesso sfuggente e impegnato come un po’ tutti i babbi sanno essere per nascondere forse l’intensità di quel profondo amore che li lega ai loro bambini e che sono da sempre poco abituati ad esprimere e dimostrare. E vedere lui sdraiato a dormicchiare sul divano e mio figlio che invece di sentirsi ignorato e andarsene di là col muso, col suo giochino o giornalino semplicemente gli si siede sopra, trovando in questo suo divano umano lo stesso rifugio che il padre cerca in quello vero, mi fa capire che qualcosa è scattato, che è arrivata la sicurezza e la fiducia nella sua non costante nè abbondante eppure sicura presenza nella sua vita. Quella sicurezza che solo un padre può aiutare a costruirti dentro, su cui poi ognuno di noi deve lavorare molto e a modo suo per diventare la persona adulta e autonoma che vuole essere. Ma quelle spalle larghe, quella forza fisica che ogni bambino e bambina sa vedere anche nel più gracile e insicuro degli uomini sono il pane, il nutrimento che ci spingono ad aprirci al mondo, a dare spazio alla curiosità, alla voglia di sfida e di mettersi alla prova che ci fa affrontare la vita. In questi giorni ho raccontato a mio figlio Il gabbiano Jonathan Livingstone, un bel libro da regalare per questa festa e per parlare di padri. Perchè dal piccolo tozzo di pane per tirare a campare del più semplice dei gabbiani al desiderio continuo di migliorarsi e di esplorare l’universo intero di Jonathan è sempre dal padre e da quello che sappiamo prendere da lui, che ognuno di noi impara a volare.

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Perdonami, ogni volta che guardo le tue colline con aria distratta o insofferente le tue pioggerelline, scusami ogni volta che guardo e non vedo un’antica chiesa, mura possenti, palazzi orlati come di trine, paesi arroccati in cima a scure montagne, onde che arrivano su spiagge all’ombra della macchia profumata, comprendimi ogni volta che passo di fretta dalle tue piazze, i tuoi e miei salotti a cielo aperto. Ma forse sarai anche un po’ orgogliosa di me, quando una poesia o una canzone che racconta del tuo passato mi apre il cuore e mi commuove, quando mi perdo a contemplare un tuo ritratto e mi appassiono alla tua storia, quando mi incuriosisco e stupisco conoscendo le vicende di tanti tuoi abitanti del passato o mi entusiasmo per le vittorie sportive  delle tue squadre e mi sento anch’io un po’ campionessa.
Fidati, anche se ascolto sconsolata le notizie di come ti abbiamo ridotta, sporcata, svilita, svenduta, bistrattata e ridicolizzata. Prometto che cercherò di fare la mia parte, tutto quello che è in mio potere perchè tu sia trattata come meriti, fiore all’occhiello di questo nostro pianeta, perla ricca e preziosa dei continenti, mia, nostra patria.

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Ci sono notizie, avvenimenti che vorrei poter ignorare e non commentare, ma come fare davanti a immagini apocalittiche che sembrano videogiochi o film catastrofici e invece sono vere? E come qui anche con i miei figli vorrei non dover commentare la distruzione e i pericoli nucleari che ancora incombono sul Giappone, nonostante il terremoto si sia già abbattuto sul paese da alcuni giorni.
L’unico senso che riesco a dare a tanta distruzione è di trovare una possibilità di imparare cosa sia giusto e cosa di diverso si poteva fare e non è stato fatto. Mia figlia sta studiando in questi giorni il periodo tra le due guerre mondiali ed è facile fare parallelismi e cogliere errori che purtroppo l’uomo tende a ripetere e trovare risposte, stimoli positivi, consapevolezze. Ma quando la natura si abbatte l’unica lezione che riesco a trovare è quella che l’amore è l’unica risposta che vale davanti al dolore e i ricordi di L’Aquila sono ancora freschi, è il ricordarci della nostra impotenza, del nostro essere inquilini e non conducenti di questo nostro mondo.
I  Giapponesi, sicuramente il popolo più evoluto e attrezzato per le emergenze sismiche, con la loro efficienza e disciplina pensavamo, almeno loro, avessero imbrigliato il potere del pianeta e trovato un modo per conviverci. Ma quello che è successo dimostra ancora una volta quanto siamo piccoli, poca cosa, anche quando siamo al massimo della nostra tecnologia e capacità. Questo non è un film, anche se è difficile credere ai tanti filmati, pensare che tutto sia vero, eppure è realtà, la nostra. Accetterò allora la lezione di umiltà e cercherò di trasmetterla ai miei figli insieme alla gratitudine di avere una casa, un paese, una vita che, e non lo ricordo mai abbastanza, ogni giorno, anche oggi, mi viene donata.

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